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Omicidio Chiara Poggi, processo falsato: perché il carabiniere mentì sulla bici nera di Alberto Stasi?

Omicidio Chiara Poggi processo ‘falsato’? Si torna a parlare in queste ore del delitto di Garlasco, che ha visto condannato in via definitiva a 16 anni di carcere l’allora fidanzato della vittima, Alberto Stasi.

Per i giudici il processo di Garlasco avrebbe subito un “grave sviamento” per colpa della falsa testimonianza di Francesco Marchetto, l’ex maresciallo dei carabinieri del paese in cui il 13 agosto 2007 si consumò l’efferato delitto. A confermarlo la Corte d’Appello di Milano che lo scorso 12 ottobre si è vista costretta a dichiarare la prescrizione del reato a carico dell’ex carabiniere in pensione, confermando tuttavia la condanna a risarcire la famiglia Poggi con 30mila euro oltre al pagamento delle spese legali.

Ex maresciallo Marchetto, immagine tratta da Porta a Porta

Marchetto rese falsa testimonianza in merito alla ormai nota bici nera da donna in uso alla famiglia Poggi, dicendo che la stessa era diversa da quella che una testimone vide appoggiata al muro di casa Poggi in un orario compatibile con il delitto. A seguito delle sue parole quella bici non fu sequestrata all’imputato. L’ex carabiniere avrebbe testimoniato il falso nel processo davanti al gup di Vigevano, Stefano Vitelli, causando un “grave sviamento” delle indagini e “del processo in cui quelle dichiarazioni si inserivano” e cioè del giudizio di primo grado con rito abbreviato da cui Stasi uscì assolto.

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Il motivo per il quale Marchetto, pur avendo visionato quasi subito la bicicletta giusta, non la sequestrò né fotografò, non è mai stato chiarito (si ipotizzò una sua amicizia con il padre di Alberto Stasi). Proprio quella bici nera tornò in scena anni dopo, motivando poi la condanna di Alberto Stasi a 16 anni in appello bis. Pena passata in giudicato con la conferma della Cassazione.

Marchetto in virtù della prescrizione del reato non pagherà con il carcere per le sue colpe. Nelle motivazioni della Corte d’Appello di Milano, infatti, si sottolinea “l’assoluta gravità delle conseguenze dannose provocate dalla condotta dell’imputato” ai familiari della vittima, “in particolare per il grave sviamento che dalle false dichiarazioni dell’imputato è derivato al corso delle indagini nell’ambito del processo in cui erano state rese”.

 

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