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Omicidio Eligia Ardita processo, ritrattazione del marito: il testo integrale del suo memoriale

Ieri 28 aprile ha avuto luogo la seconda udienza del processo a carico di Christian Leonardi, in carcere con l’accusa di avere ucciso la moglie Eligia Ardita, incinta all’ottavo mese della loro bambina, Giulia. L’uomo, però, ha ritrattato la sua ammissione di colpevolezza, accusando il fratello Pierpaolo e l’ex avvocato, Aldo Scuderi, di averlo pressato a tal punto da indurlo a dichiarare il falso, ad assumersi la responsabilità materiale di un delitto che lui, invece, non avrebbe commesso. Colpo di scena in aula, dunque, quando Leonardi ha fatto consegnare alla Corte la sua memoria difensiva, dieci pagine scritte di suo pugno, in cui ha rivelato la sua verità, tornando dunque alla versione dei fatti fornita agli inquirenti subito dopo il delitto: Eligia sarebbe morta a causa di un malore.

Qui di seguito riportiamo il contenuto integrale della sua memoria difensiva mandato in onda a Quarto Grado: “La verità che è già stata detta vorrei ribadirla. Mi scuso di aver dato una falsa confessione attribuendomi una colpa che non mi appartiene”, si legge nell’incipit. Poi Christian Leonardi spiega nei dettagli le presunte pressioni ricevute, cui seguì la sua confessione di colpevolezza: “A mezzanotte circa, mi telefonò mio fratello dicendomi: “Scendi, siamo qua sotto”. Scuderi (l’avvocato difensore di Leonardi, che in seguito ha rimesso il mandato, ndr) iniziò dicendomi: “Christian, io penso che sia stato tu a fare questo gesto, dimmi la verità!”. Mentre mio fratello mi diceva: “Non posso crederci, Christian”. Gli dissi che non ero stato io e gli chiesi perché mi dicevano quelle cose… Scuderi mi disse che i RIS avevano prelevato una marea di tracce, che mi avrebbero incolpato e che mi avrebbero abbandonato al mio destino se non avessi confermato. Dopo circa un’ora di discussioni molto accese nei miei confronti in merito alle mie responsabilità e viste le mie negazioni, Scuderi disse a mio fratello: “Va bene, accompagnalo a casa, non vuole capire, ci penseranno i Carabinieri”.

Una clamorosa ritrattazione, dunque, ricca di particolari: “Dopo un’ora circa, Scuderi iniziò dicendomi che correvo un grosso rischio nel non confessare l’accaduto, accaduto di cui non ero a conoscenza. Dopo qualche spinta e urla contro di me, mi fu detto da Scuderi: “Sono venuti i RIS a casa tua e hanno rilevato impronte digitali dai muri riconducibili a una feroce colluttazione; sono state rilevate tracce di vomito per terra, nel muro e sui mobili, e segni di trascinamento che vanno dal salotto alla camera da letto passando per il corridoio. Tutto questo, vuoi o non vuoi, ti inchioda. O ti consegni tu domani mattina o ti vengono a prendere i Carabinieri”. Mio fratello, piangendo con me, mi disse: “Ti prego, Christian, consegnati, risparmia questo dolore a mamma e papà nel vederti portare via di casa con le manette… o vero o falso, sei giunto a un punto di non ritorno”.

“Al che dissi a mio fratello: “Se è questo che vuoi, lo farò” …”continua il memoriale“Ci tenevo a dire che non è mai esistita nessuna colluttazione tra me e mia moglie, quello che sono stato costretto a confessare dietro pressione di coloro che mi assistevano non è la verità nella maniera più assoluta, non è mai accaduto». «I miei suoceri lasciarono casa mia verso le ore 22. Mia moglie mi disse: “Amore, sto impazzendo dal dolore al ventre”. Mi disse: “Fammi la puntura di seleparina”. Mi chiese di preparargli la solita tazza di camomilla… dopo esserci messi a letto, siamo rimasti a parlare e sorseggiare la camomilla… guardando mia moglie, diedi un bacio a lei e uno al pancione e dissi: “Buonanotte amori, vi amo”, e mi appinnicai…”

E poi, la tragica e sconcertante descrizione del malore della povera Eligia, dei suoi ultimi attimi di vita: “Verso le 23:05 circa, sentivo mia moglie che respirava male come un rantolo e dissi: “Amore, che hai?”. Non ricevendo risposta, non dava segni di ripresa ai miei insistenti richiami. “Amore che hai? Eligia, rispondimi”. Al che, presi il telefonino e chiamai il 118 spiegandogli che mia moglie non respirava, respirava molto a fatica e che era all’ottavo mese di gravidanza». «Il medico mise due dita sul collo di mia moglie ed esclamò: “Presto, sta entrando in arresto cardiaco”. Ordinò all’infermiera che era con loro di andare a prendere il defibrillatore». «Dopo averla messa in ambulanza, i medici sono partiti alla volta del pronto soccorso seguiti dai miei suoceri, io sono salito a casa per mettermi le scarpe». «Dopo essere arrivato al pronto soccorso, mi fecero entrare. Dopo qualche tempo un medico – dopo la mia domanda “cosa ha mia moglie?” – mi rispose: “Sono spiacente, sua moglie è deceduta ed è stata portata in sala parto con la speranza che almeno sua figlia nasca viva”». «Sono uscito per raggiungere mio suocero. Successivamente, ci mettevamo d’accordo per andare dai carabinieri a sporgere denuncia, per capire cosa fosse successo a mia moglie e mia figlia e cosa avesse causato la loro morte”.

Si ringrazia la redazione di Guarto Grado che ci ha fornito il comunicato integrale del documento. 

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