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Omicidio Garlasco: fin dove può spingersi il giornalismo investigativo? Il ‘caso Andrea Sempio’

di Michela BecciuRicercare la verità, questo il dovere morale, l’imperativo categorico per un buon giornalista che si rispetti. Sì, ma a quale prezzo? Dove l’indagine giornalistica supera il suo limite, sconfinando nella privacy delle persone? Un confine labile, impercettibile, quello del legittimo diritto/dovere di un cronista di investigare in nome della giustezza di una notizia e l’ambito personale, la sfera intima di soggetti che a volte dall’attività giornalistica vengono lesi irrimediabilmente.

Un tema molto delicato, questo, che nelle ultime settimane si è particolarmente acuito in relazione alla (giusta) polemica venutasi a creare in merito alla iscrizione nel registro degli indagati (come atto dovuto) per il delitto di Chiara Poggi del 28enne Andrea Sempio, amico del fratello della vittima e catapultato – a dieci anni dalla vicenda omicidiaria in questione – in una dimensione ‘mediatica’ inaspettata, che lo ha letteralmente sbattuto in prima pagina “come il nuovo mostro”, a detta del diretto interessato.

La deontologia vuole che in materia di cronaca giudiziaria venga prima di tutto il rispetto dei soggetti coinvolti, siano essi vittime o responsabili di un reato. Rispetto ovvero tutela della privacy delle persone: com’è allora che a pochi giorni dalla indiscrezione relativa al presunto nuovo indagato per il caso di Garlasco, il nome e cognome del giovane era su tutti i giornali? Qualcuno lo ha diffuso, le altre testate per dovere di cronaca hanno ripreso la notizia. Questo il meccanismo che una volta innescatosi è impossibile da fermare. I legali di Stasi tuttavia in un recente intervento tv hanno ribadito di non aver mai divulgato l’identità dell’indagato alla stampa, ma tant’è. Il nome di Sempio è improvvisamente apparso su tutti i giornali dopo Natale, allorquando fu reso noto l’esposto in Procura fatto dai familiari di Stasi.

Ci troviamo di fronte ad un evento a dir poco straordinario: si apre una nuova inchiesta per un omicidio risalente a dieci anni fa e con sentenza passata in giudicato, che ha visto condannato in via definitiva a 16 anni di carcere Alberto Stasi, fidanzato della vittima all’epoca dei fatti e sempre dichiaratosi innocente.

Cosa dovrebbe fare un giornalista di fronte a siffatto clamoroso accadimento? Stare con le mani in mano e non agire, no di certo. Questa incredibile vicenda merita di essere sviscerata, chiama e chiede verità, i lettori e l’opinione pubblica vogliono sapere cosa è accaduto nella villetta di Garlasco quella mattina del 13 agosto 2007, perché lo sappiamo, le sentenze vanno giustamente rispettate ma ognuno è libero di interpretarle, farsi un’idea, conservare dei dubbi riguardo ad esse. E in questa storia dubbi ne sono rimasti. Tanti. Se infatti anche la magistratura accogliendo l’esposto della famiglia Stasi ha ritenuto meritevole di approfondimento la perizia di parte che dimostrerebbe la presenza del Dna di Sempio sulle unghie della vittima, per quale motivo la stampa non dovrebbe muoversi per approfondire la questione? Facendolo un giornalista andrebbe contro la sua innata vocazione.

Facile additare i giornalisti come sciacalli, bollarli come creatori di fandonie, approfittatori di sciagure. Un luogo comune cavalcato dai più. Nell’epoca dei social in cui il ‘sapere’ e l’informazione si nutrono di copincolla e letture fugaci e superficiali, la generalizzazione è parola d’ordine. La macchina mediatica è un tritacarne, va ‘maneggiata’ con cura, sia quando ne fruisci che quando contribuisci a riempirla di notizie. Trovarsi impastati al fango è un attimo. Capisco perfettamente quanto lamentato da Sempio durante l’intervista concessa a Quarto Grado: ‘violentato’ dalla invadenza dei cronisti davanti l’uscio di casa, pedinato per una settimana a sua insaputa, ma capisco anche la madre di Alberto Stasi. L’empatia, nel senso letterale del termine ‘mettersi dentro la situazione dolorosa di un altro’, può aiutare in questi casi. Può aiutare a comprendere nel profondo il perché di certi atteggiamenti, la logica di certe situazioni che da fuori sembrano senza senso e ingiuste, ma solo perché non intaccano il nostro tranquillo orticello. La madre di Alberto Stasi, in carcere da un oltre un anno per un delitto che dice di non aver commesso, viene a sapere che non il Dna di suo figlio è sul cadavere di Chiara, bensì quello di un giovane (“Quattordici regioni su 17 del Dna presente sulle unghie di Chiara Poggi sono perfettamente sovrapponibili al profilo genetico del ramo maschile della famiglia di Andrea Sempio”, ha dichiarato il genetista incaricato dalla famiglia Stasi di eseguire una perizia di parte sul profilo genetico rinvenuto sulle unghie della vittima) che non solo abita a Garlasco a pochi passi dai Poggi, ma addirittura frequentava la casa dove è avvenuto il crimine, ed è giusto che chieda verità in merito. C’è in gioco la vita del figlio, anche il più piccolo dubbio in merito è doveroso che venga fugato.

La questione è tuttavia un’altra: mi domando per quale motivo i dubbi sollevati dalla nuova inchiesta, fondati non su ‘nuove prove’ ma su elementi indiziari già in mano agli inquirenti nel periodo immediatamente successivo al delitto, vengano approfonditi solo oggi. Sempio all’epoca dei fatti fu sentito così come altri testimoni ‘a sommarie informazioni’, come vuole la prassi. Visti i recenti sviluppi della inchiesta bis, però, è legittimo interrogarsi sul perché gli accertamenti sulla sua posizione non furono fatti a tempo debito ma solo oggi, a dieci anni dall’omicidio.

Se forse si fossero battute davvero tutte le piste investigative possibili oltre a quella principale che portava a Stasi, oggi le ferite che questa vicenda ha provocato non sarebbero state riaperte. Ma c’è un’aggravante: da due mesi a questa parte sono tre le famiglie che stanno patendo le pene dell’inferno. A quella Poggi e Stasi va infatti ad aggiungersi quella di Andrea Sempio. Fagocitata dai media, catapultata in una situazione frastornante, che molto probabilmente si risolverà in un nulla di fatto, ma rimarrà nelle nostre memorie. Fin dove può spingersi il giornalismo investigativo? L’inchiesta giornalistica non può – non deve – fermarsi quando intuisce e percepisce forte e chiaro che ci sono ancora zone d’ombra da chiarire, aspetti da spiegare e vagliare. Certo, barcamenarsi in questi giochi di equilibrio porta quasi sempre a fallire chi deve raccontare i fatti per come sono andati. Talvolta la verità è intrisa di spine, appare inarrivabile, e raggiungerla ha un prezzo.

Per questo è di basilare importanza che la magistratura non lasci niente di intentato quando la ricerca, così come si dovrebbe arrivare a sentenza di condanna sempre e solo quando si ha la certezza assoluta di colpevolezza dell’imputato. ‘Oltre ogni ragionevole dubbio’, recita il nostro ordinamento. Ma siamo sicuri che ciò accada sempre? Nel caso di Garlasco, se al momento della condanna definitiva di Alberto Stasi non ci fossero stati dubbi, non credo che oggi si starebbe a parlare di Andrea Sempio. E davanti alla vastità di tal situazione paradossale (un condannato in via definitiva in carcere e un nuovo indagato, a dieci anni dal fatto, per il medesimo delitto) la stampa non può tacere. I giornalisti non possono attendere con le mani in mano senza ‘rovistare’ tra queste indiscrezioni. La verità, mai come in questa circostanza, chiede di manifestarsi a tutti. Vuole svelarsi, una volta per tutte, e i giornalisti hanno il diritto e dovere di raccontarla questa storia. Di vedere come va a finire, nell’auspicio che stavolta, però, si concluda definitivamente.

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