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Giulio Regeni: “gli agenti temevano preparasse una rivolta”, la nuova sconvolgente tesi sull’omicidio

Solo 24 ore fa l’ennesima richiesta dalla Procura di Roma degli atti riguardanti l’omicidio di Giulio Regeni. Ennesima, perché i documenti inviati fino ad ora in Italia sarebbero pochi, e conterrebbero alcune importanti lacune. Dall’Egitto poca collaborazione, questa è la valutazione degli inquirenti che al Cairo stanno lavorando al caso. E tra un botta e risposta, con  il Ministero degli Interni egiziano pronto a negare qualsiasi coinvolgimento ufficiale nel caso Regeni, spunta anche una nuova pista.

Non è una novità, di strade, piste, illazioni, affermazioni e testimonianze, ne abbiamo avute parecchie. Ma in questo caso a parlare è un individuo che in Egitto non solo c’è stato, ma ha portato avanti un lavoro molto simile a quello di Giulio Regeni. Dobbiamo quindi fare un salto dall’altra parte dell’Oceano, più precisamente a Toronto. “E’ possibile che le sue attività di ricerca siano state interpretate nella maniera sbagliata, e cioè come un lavoro preparatorio per una nuova rivolta. Aveva allacciato contatti con gli attivisti del luogo, andava di persona alle riunione dei sindacalisti e parlava perfettamente l’arabo, qualità essenziale per un ricercatore, ma un aspetto che sfortunatamente tende a sollevare sospetti“, così Jean Lachapelle ricercatore all’Università di Toronto ed esperto di politica egiziana e sindacati, durante un’intervista al Washington Post.

Di teorie e piste, come dicevamo, ne abbiamo molte, ma scarseggiano elementi sulla possibile ragione dell’omicidio. Perché se da una parte siamo certi della non casualità della morte, come provato dai 7 giorni di tortura, dall’altra si brancola ancora in alto mare, almeno a livello ufficiale. “Sembra che fosse particolarmente coinvolto a livello personale nelle questioni sindacali, e ha scritto per un quotidiano italiano articoli critici nei confronti del presidente Abdel Fatah Al Sisi. Uno di questi, pubblicato postumo, offre una analisi approfondita dello stato dei sindacati indipendenti in Egitto. Contrariamente a quanto suggerito altrove, la sua posizione critica è risultata meno importante dei suoi contatti e delle sue accurate cronache sul campo“, ancora Lachapelle nell’intervista al quotidiano americano. Ebbene ucciso non per la critica nei confronti del Governo Al Sisi, ma per la sua ricerca ed i suoi contatti.

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