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Omicidio Pordenone, Giosuè ammette messaggi molesti a Teresa: “Ecco perché li inviavo”

Omicidio Pordenone: il processo a carico di Giosuè Ruotolo, in corso in Corte d’Assise a Udine, ieri è stato caratterizzato da un colpo di scena inaspettato. L’imputato ha preso parola e per la prima volta ha fornito la sua ricostruzione dei fatti, ammettendo di essere stato lui, insieme alla complicità degli ex coinquilini e commilitoni, a creare il profilo Facebook “Anonimo Anonimo” da cui per mesi furono inviati messaggi molesti via chat a Teresa Costanza.

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Ruotolo ha chiamato in causa Daniele Renna e Sergio Romano – i due militari che smontarono il suo alibi rivelando che, contrariamente a quanto da lui detto ai magistrati, poco prima che Trifone e Teresa venissero uccisi lui uscì di casa – accusandoli di aver mentito quando dissero che Trifone lo prese a botte dopo aver scoperto che era lui a molestare via chat la fidanzata. “Chiedete a loro perché hanno mentito, è una cosa assurda quella che è stata detta …”.

Ruotolo ha negato dunque la rissa e giustificato quei messaggi offensivi a Teresa Costanza dicendo “Volevamo metterla in guardia, farle sapere che Trifone la tradiva. Molti messaggi mi venivano dettati dai miei coinquilini …”. L’imputato ha altresì ammesso di non sopportare l’atteggiamento di Trifone nei confronti suoi e degli altri coinquilini: “Pagava in ritardo l’affitto, portava donne sempre diverse a casa, quando si trasferì a vivere da Teresa portò con sé la nostra televisione”. “Trifone era scorretto con noi e con Teresa, ci siam detti ‘Con questi messaggi alla fine la stiamo aiutando’ …”, ha poi precisato.

La deposizione integrale di Giosuè Ruotolo trasmessa da Quarto Grado

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