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Omicidio Teresa e Trifone, Giosuè Ruotolo in carcere da un anno: come sta andando il processo a suo carico?

Omicidio Teresa e Trifone: Giosuè Ruotolo è in carcere da un anno

Il militare campano Giosuè Ruotolo, sotto processo a Udine perché accusato dell’omicidio premeditato dei fidanzati Trifone Ragone e Teresa Costanza, è ormai in carcere da un anno, detenuto a Belluno. Il Tribunale del Riesame e anche la Cassazione hanno infatti confermato l’ordinanza di custodia cautelare che il 7 marzo 2016 fece aprire per lui le porte del penitenziario.

Il processo a suo carico è giunto nel pieno ormai, e dopo 19 udienze e circa 70 testimoni citati dalla pubblica accusa, gli indizi di colpevolezza a suo carico sembrano essere numerosi e pesanti. L’imputato si dichiara totalmente estraneo ai fatti, com’è noto, ma l’impianto accusatorio messo in piedi dalla Procura di Pordenone titolare delle indagini è granitico: si tratta di elementi indiziari acquisiti attraverso perizie e testimonianze dirette, in primis i video delle videocamere di sorveglianza dell’area del palazzetto dello sport Crisafulli, che collocherebbero l’auto dell’imputato nel parcheggio in cui la coppia fu assassinata proprio negli istanti immediatamente successivi al duplice delitto.

Omicidio Pordenone: Giosuè Ruotolo è davvero colpevole?

Di tutt’altro avviso è ovviamente la difesa di Giosuè Ruotolo, che nelle prossime udienze cercherà di smantellare i capisaldi dell’accusa, partendo proprio dalla perizia che colloca Ruotolo nel parcheggio del palasport nel momento in cui Teresa e Trifone venivano barbaramente giustiziati nella loro auto a colpi di pistola in testa, poco prima delle 20 del 17 marzo 2015. Uccisi con 5 proiettili esplosi da una calibro 7,65 rinvenuta mesi dopo il delitto nel laghetto del Parco di San Valentino, poco distante dalla scena del crimine, sulla quale però gli inquirenti non hanno rinvenuto impronte digitali o tracce di Dna riconducibili all’imputato, complice il fatto che l’arma è rimasta a lungo in acqua.

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A favore dell’imputato un elemento di non poco conto: nessun testimone oculare l’avrebbe visto sparare alle vittime; l’arma che avrebbe utilizzato – se davvero appartiene a lui – non è mai stata vista in casa dai suoi due coinquilini Daniele Renna e Sergio Romano, e nella sua Audi A3 – la vettura che compare nei video in mano agli inquirenti – gli uomini della Scientifica non avrebbero rinvenuto tracce di sangue né sue né dei fidanzati assassinati.

Il movente dell’omicidio: un delitto maturato in un clima di omertà

Se il nome di Giosuè Ruotolo è stato scritto tardi nel registro degli indagati è per via della reticenza dei suoi colleghi e coinquilini all’epoca dei fatti, Daniele Renna e Sergio Romano, i quali interpellati dagli inquirenti nella fase preliminare delle indagini dichiararono il falso, ovvero che all’ora del duplice omicidio Giosuè Ruotolo fosse in casa con loro. Grave menzogna che ostacolò le indagini e ritardò il raggiungimento della verità. I due infatti ammisero solo davanti all’evidenza dei fatti, e dopo che Ruotolo (incastrato dalle telecamere di sorveglianza) confessò di trovarsi nel parcheggio del centro sportivo la sera in cui si consumò il delitto, che il loro commilitone fosse uscito quella sera. Renna e Romano messi sotto torchio rivelarono inoltre quello che per la magistratura è il movente del delitto: l’odio maturato nel tempo da Giosuè nei confronti di Trifone, che lo malmenò pubblicamente dopo aver scoperto che era stato lui ad inviare (questa l’ipotesi dell’accusa) per mesi dei messaggi molesti alla fidanzata, attraverso un profilo Facebook anonimo creato ad arte per distruggere la relazione di Trifone con Teresa Costanza.

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