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On the milky road (Sulla via Lattea) recensione del film di Kusturica presentato a Venezia 73

Emir Kusturica ha presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2016 il suo “On the milky road” in cui è anche attore protagonista a fianco di Monica Bellucci. In molti hanno storto il naso con largo anticipo per via di tutti i rumors che si sono rincorsi circa l’esclusione da Cannes di quest’opera che, invece, sarebbe quindi slittata su Venezia. Kusturica stesso ha tenuto a puntualizzare che la scelta di non prendere in considerazione il film da parte dei giurati a Cannes andrebbe, invece, addotta al suo appoggio a Putin che gli avrebbe fatto guadagnare non poche antipatie anche nel mondo intellettuale. Siamo chiaramente nel campo delle ipotesi: la giuria di Cannes l’avrebbe escluso in quanto film non all’altezza del concorso mentre Kusturica rilancia accusandoli di aver deciso per motivi politici.

In queste “condizioni” Sulla via lattea è sbarcato al Lido e una buona fetta di astanti si è probabilmente trovata viziata da queste premesse. A ciò aggiungiamo che il poliedrico Emir non esce da ben otto anni con un film e per realizzare questo i tempi sono stati biblici: più di 3 anni solo di set – con grande dolore dei produttori. Nonostante i nonostante Kusturica c’è ancora, eccome se c’è. Oltre le scelte politiche, oltre i radical chic, oltre i detrattori Kusturica rilancia e merita attenzione con quest’opera.

Un circo, meravigliosamente confusionario in un disordine apparente che trova ragioni nel caos: il mondo surreale e ludico, carico ed energetico di Kusturica ti piove addosso e sono pochi i registi capaci di tenere un ritmo tanto serrato e ispirato senza pasticciare. Emir attore convince, ha qualcosa di intenso, scanzonato e magnetico che lo rende perfetto anfitrione della sua stessa opera; così come convince il ritorno di Kusturica regista che dirige bene il suo cast, Bellucci in testa finalmente con le rughe a vista e un viso splendido – splendido davvero, non per gentilezza – senza cosmesi e senza ritocchini. I rivoli che si aprono nell’opera sono moltissimi: il più godibile forse è l’utilizzo magnifico degli animali, vera parte integrante del cast ma, soprattutto, estremamente simbolici. Dal serpente che beve il latte e che, inaspettatamente salva il buon Kosta ma, nell’incontro con la Bellucci, svela un nuovo significato di tentatore archetipico contro tentatrice archetipica. L’animo gentile travolto dalla guerra che trova custodia nella Natura e l’amore disperato, sotto bombe e proiettili di una guerra invadente come è stata quella in Jugoslavia.

Si tratta di un film ricavato da un corto, andando a ritroso ho costruito un film. La maggior parte della storia riguarda la guerra e il conflitto inizia quando finisce formalmente la guerra. Ho visto e sentito tanta gente dire che il momento peggiore è stato quando la guerra è finita sulla carta.” Kusturica gioca a fare il pifferaio con il suo sgangherato esercito che lo segue tragicomico, prende licenze fiabesche ma la sostanza del tutto resta tragicamente reale. Il ritmo non scende, semplicemente cambia seguendo la sceneggiatura: dal circo si passa al melò, i codici sono chiari e nulla è mai ovvio, logoro o già visto. Un bagno in un palude con delle zucche come galleggianti, far saltare in aria un gregge di pecore, amarsi non più giovani e dire una frase che in molti altri contesti sarebbe stata retorica, invece lì sta bene, perché è stato preparato il terreno giusto per osarla: “È l’unica cosa che abbia un senso: amare qualcuno, come si può”.

Un gran bel film, anche e soprattutto quando si spinge oltre il pensabile, bentornato a Kusturica che ha dimostrato ampiamente di avere molto ancora da dire.

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