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Ong nel Mediterraneo? Roberto Scaini, tra i “Medici senza Frontiere”, racconta come stanno davvero le cose

Roberto Scaini, quarantacinque anni, origini lombarde, ma romagnolo d’adozione – all’età di sei anni si è trasferito con la sua famiglia a Riccione – è stato medico di bordo della Bourbon Argos, prima Ong operativa nelle acque del Mediterraneo.

Da medico di famiglia a volontario per “Medici senza Frontiere”

La sua esperienza da volontario è raccontata in Noi non restiamo a guardare (Feltrinelli Editore), volume che raccoglie testimonianze dei “Medici senza Frontiere”. Chirurghi, anestesisti, pediatri, ostetriche, infermiere e farmacisti che mettono in campo se stessi e la propria professionalità per aiutare chi ne ha più bisogno. Roberto Scaini ha visto morire in Africa per un banale morbillo una media di 6 bambini al giorno, ha visto morire in Congo una bambina di 4 anni colpita dall’ebola, ha visto anche un ragazzino di 14 anni in Yemen dirgli: «Mi piacerebbe fare il dottore come te, ma c’è la guerra, le scuole sono chiuse e mi toccherà andare al fronte». Roberto Scaini non ama essere chiamato «eroe», è semplicemente un medico e questo basta a renderlo felice. All’attività di volontario all’estero affianca quella di dottore di famiglia. Nel suo ambulatorio di Misano Adriatico si prende cura di 1300 pazienti, lui abituato all’estero a curarne in situazioni difficili anche 30.000.

Il desiderio di partecipare a Medici senza frontiere ce l’ha sin da ragazzo. In un’intervista di qualche anno aveva spiegato: «È stato il sogno che mi ha spinto a studiare medicina. Dovrei dire l’ideale, quella voglia che senti di portare dignità in un mondo, dove invece ti accorgi che questo concetto fondamentale è troppe volte violentato e negato». Roberto Scaini, residente a San Clemente, ma con la valigia sempre a portata di mano, è partito per l’estero la prima volta nel 2011. A rivelarlo è stato lui stesso in un video del format “No filter” trasmesso da Repubblica.tv: «La prima è stata in Etiopia ed è durata sei mesi, poi poco dopo sono partito per un’emergenza nutrizionale in Sudan e, visto che le cose belle è difficile mollarle, da allora quella fra l’ambulatorio in Italia e il servizio per Medici Senza Frontiere è diventata la mia vita».

Le fake news e le polemiche sulle Ong

Ha preso le distanze dalle polemiche di questi ultimi mesi sulle Ong e l’emergenza emigranti, ironizzando sulle fake news e le bufale che girano sui social network. Amareggiato, ha spiegato al Corriere Romagna: «Il soccorso nel Mediterraneo impegna appena l’1% del budget e costituisce il 2% delle tantissime attività che compiamo: Medici Senza Frontiere è tantissimo altro in tantissimi Paesi del mondo. Settantuno. Con progetti di ogni tipo: 17, e quindi altrettanti ospedali, ad esempio solamente in Sud Sudan. (…) Non si può passare dal “sei un eroe” (definizione che fra l’altro rifuggo) a “sei un delinquente, negriero, che ci lucra”. È allucinante: dopo “No filter” ho ricevuto messaggi incredibili, che evidenziano quanto sia cambiata tutta la percezione: io sono molto orgoglioso dell’Organizzazione con cui lavoro, ma oggi sembra quasi ci si debba nascondere tanta è la degenerazione e tale è il clima d’odio che si respira. Direi che è preoccupante e riflette un po’ il nostro egoismo: finché le cose accadono altrove non ce ne può fregare di meno, quando ci arrivano in casa si esplode».

Sdoppiarsi non è semplice per un medico come lui, ma la passione fa tutto il resto. Nel giro di pochi anni Roberto Scaini ha partecipato a ben undici missioni. Nel 2015 era nel West Africa a fronteggiare l’epidemia di Ebola, poi in Iraq, Siria e Yemen (che definisce la sua seconda casa!) dove la guerra e l’emergenza nutrizionale affliggono la popolazione. Poi l’esperienza sulla prima Ong, guardata dagli altri con diffidenza. «Quello che mi dà fastidio è sentir dire che lo facciamo per soldi: dare cifre è sempre antipatico, ma, tanto per far capire, una nostra missione di un mese a contrastare l’ebola è remunerata meno del nostro lavoro nell’ambulatorio di casa: forse c’è un po’ di confusione con le missioni militari o per l’Onu… ».

Chiarezza, probabilmente la gente ha bisogno di maggior chiarezza per capire. Intanto Roberto Scaini non lascia, perché lui, come tanti altri medici volontari italiani, non è di quelli che “restano a guardare”.

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