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Our War film recensione Venezia 73, così l’YPG combatte l’Isis

Presentato alla 73esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Our War non è passato assolutamente inosservato: realizzato dal regista Bruno Chiaravalloti con l’ausilio di Benedetta Argentieri e Claudio Jampaglia, il docu-film focalizza la propria attenzione sulla guerra in Siria tra curdi e Stato Islamico.  Un’ora e poco più in cui si racconta l’avventura di tre giovani ragazzi – tra cui l’italo-marocchino Karim Franceschi – avvicinatisi al fianco del popolo curdo a Kobane. Insieme al ragazzo venticinquenne di Senigallia, intervistato giusto lo scorso febbraio dalla redazione di UrbanPost (leggi qui le sue dichiarazioni), anche un giovane svedese e un più maturo (ma solo anagraficamente) statunitense. A colpire, nel corso del racconto realizzato dal trio alla regia, è stato soprattutto quest’ultimo: in passato arruolatosi nell’esercito americano, ha deciso di partire alla volta della Siria per combattere al fianco del popolo curdo non per ideologia quanto per “fanatismo”. Dalle parole di quest’uomo, infatti, traspare il desiderio di “uccidere” per puro piacere fisico e mentale. “Sono andato in Siria perché non sapevo cosa fare della mia vita – racconta Joshuae ancora adesso che sono ritornato a casa non so cosa ne farò. Magari ci torno.”

>>> LE RECENSIONI DI URBANPOST DALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2016

Il racconto di Joshua, il modo in cui si rapporta con la telecamera in questo documentario, porta lo spettatore a chiedersi: “È davvero altruismo, il suo?” L’ex soldato dell’esercito americano fa trasparire il bisogno di tornare a tenere sotto braccio un fucile, di respirare ancora una volta l’aria della guerra, dopo essere stato due volte in Afghanistan. No, Joshua non sembra volerlo fare per senso del dovere: la sua voglia di tornare in guerra lo spinge a “prendere in prestito” qualcosa che non gli apparterrebbe. Quel “qualcosa” che lo fa sentire di nuovo vivo, di nuovo uomo.

In “Our War”, grazie al lavoro di documentazione realizzato dall’italiano Karim Franceschi nel corso delle sue giornate trascorse a Kobane, viene riportato il processo di organizzazione di questi giovani “foreign fighters” entrati a far parte del cosiddetto “YPG”, ovvero l’Unità di Protezione Popolare. La paura dei primissimi giorni, la consapevolezza di poter morire da un momento all’altro, l’adrenalina provata dal suono del proiettile. Giovani ragazzi alle prese con i primi capelli bianchi: come racconta lo stesso Franceschi, infatti, sono diversi i foreign fighters ad avere una chioma brizzolata.È la paura di poter morire da un momento all’altro.”

Sullo sfondo di Our War c’è anche il giovane Rafael, svedese partito alla volta di Kobane all’insaputa della propria famiglia. “Quando lo hanno scoperto i miei genitori mia madre è stata malissimo con il cuore – ha spiegato il giovane scandinavo – ma non sono pentito di quel che ho fatto perché so l’importanza di questa guerra portata avanti dall’YPG.” Mosso dal senso di orrido provato dopo aver visto una serie di video dell’Isis su Facebook: le sue origini curde lo hanno spinto a non restare fermo, pur facendo del male ai propri cari.

Our War è un documentario di estrema attualità. Sbatte in faccia allo spettatore la triste “realtà” che si vive in Siria in questi anni e fa riflettere sulla forza di volontà di questi ragazzi, partiti alla volta di Kobane spinti da ideali differenti ma con un’unica finalità: liberare il popolo curdo. È un film politico, come testimoniato dagli stessi protagonisti di “Our War” che hanno sfilato sul red carpet di Venezia esibendo un lungo striscione di protesta contro Erdogan che tiene sotto scacco la Turchia: “Erdogan è un terrorista.”

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