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Paolo Di Canio tatuaggi: “Ecco come è andata, e quel saluto romano…”

 

Paolo Di Canio e quei tatuaggi che costano carissimo. Dopo mesi di silenzio, l’ex capitano della Lazio nonché opinionista di punta di Sky Sport per la Premier League, torna a parlare del caso dello scorso settembre. Espulso dall’emittente televisiva per aver mostrato un tatuaggio “fascista”. E al Corriere della Sera, Di Canio, ripercorre quelle ore: “Il giorno in cui vengo sospeso sono in redazione a Sky. Alle 20 c’era la presentazione del palinsesto, i colleghi la chiamano la sera del tappeto rosso. Io e Leonardo, l’ex calciatore brasiliano, eravamo tra gli ospiti. Vedevo facce strane intorno a me. Vado in albergo per prepararmi. Entro nella hall, suona il telefono. Ci sono rimasto non male, peggio. Ho urlato. Non so neppure cosa sono i social network. Orgoglio ferito. Mi sono sentito un appestato. Avrei voluto reagire d’istinto.”

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Un tatuaggio che a Paolo Di Canio costa carissimo, ma che non ha alcuna intenzione di “eliminare” dal suo corpo, dalla sua vita. Come spiega l’ex giocatore, infatti, sarebbe: “Sarebbe una ipocrisia. Una amica di sinistra mi ha detto che per me sono ormai legati a un’idea romantica e idealista della giovinezza. Forse non è neppure così. Quel che mi porto addosso è il simbolo di ciò che sono stato, di quel che ho fatto. Compresi gli errori.” Di Canio non si definisce fascista perché: “Non sopporto più le etichette.” ma ricorda ancora gli inizi degli anni duemila: “Nel 2000, a Bologna. Giocavo in Inghilterra, ero convalescente da un infortunio. Per me Mussolini rappresentava un’idea di società con regole, vere, che tutti rispettano. L’amore e l’orgoglio patrio. Cose che vorrei per il mio Paese e non vedo neppure oggi.” 

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Eppure Di Canio si pente di qualcosa. Quel saluto romano dopo la vittoria nel derby con la Roma del 6 gennaio 2005: “Il derby con la Roma. Il saluto romano sotto la curva Nord. È la cosa di cui mi più mi pento nella mia carriera. Quello è un ambito sportivo, è stupido fare un gesto politico che magari può essere condiviso da alcuni spettatori e amareggiarne molti altri. Non avrei mai dovuto farlo. Lo sport deve restare fuori da certe cose.” Lo rifece perché era arrabbiato: “Per provocare. Per rabbia. Era scoppiato il casino. Mi tiravano sassi dagli spalti. Sputi, cori con insulti terrificanti ai miei genitori. Le ho detto che sono pentito, non che nella mia vita sono stato un Santo.”

Paolo Di Canio di destra. Nato in una famiglia di sinistra, diventato “fascista” perché ha sempre amato essere nelle minoranze. Fin da piccolo: “Sono nato e cresciuto al Quarticciolo, un quartiere da sempre rosso e romanista. Nel mio gruppo c’erano cinquanta tifosi della Roma e 4-5 laziali. Mi è sempre piaciuto essere minoranza. Anni Ottanta, ci si divideva anche per il modo di vestire. Le Clark e la kefiah erano di sinistra, il giubbotto di pelle Scott e gli stivali di destra.”

 

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