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Paradise Beach recensione: onesto film di genere dove lo squalo fa il suo dovere

Paradise Beach, dentro l’incubo” si prepara a debuttare oggi nelle sale italiane, noi l’abbiamo visto e vi diciamo cosa vi aspetta in questa recensione. Partiamo dall’assunto che i film sugli squali sono film di genere in cui è strettamente necessario un patto con lo spettatore: al diavolo la credibilità a favore di un gioco ben più necessario. La soddisfazione primordiale dell’atavica e catartica esperienza dello scontro tra l’uomo, inscritto in un ambiente a lui ostile, in cui si staglia prepotente la figura archetipica dello squalo bianco.

La consecutio è sempre la medesima: si rispolvera in modo illuminante il concetto di selezione naturale. Pensiamo al capolavoro di Spielberg: lo squalo punisce attraverso morte atroce gli arroganti, coloro che non credono, chi non ha un approccio rispettoso verso la natura, gli speculatori, i superficiali. La bestia muore per mano di chi, invece, osserva con un codice etico corretto. La formula, vincente, si ripropone in Paradise Beach e in questo il regista Jaume Collet-Serra, in coppia con lo sceneggiatore Anthony Jaswinski, mostra di non peccare di sciocca arroganza. I film sugli squali sono come i western della Golden Age hollywoodiana: poco importa se gli indiani sono le vittime, nonostante i tentativi di revisionismo storico, dovevano comunque essere cattivi, incivili e barbari oltre ogni ragionevole dubbio.

Lo squalo vuole il sangue di Blake Lively, dopo averlo assaggiato, spiaggiata su uno scoglio che la separa dalla riva. Poco importa se per lui una bionda che peserà 50 kg scarsi non è nemmeno una briciola del suo fabbisogno di cibo quotidiano. Perché questo non è un vero squalo, bensì uno squalo da film e gli squali da film se la legano al dito, ne fanno una questione personale e non mollano la presa. Inizia la girandola di umano ingegno che deve, ovviamente, vincere sul potere cieco di una natura assai matrigna. Sappiamo che Blake vince, perché è buona. Non è superficiale, ladra o egoista come le altre maschere del film che vengono castigate dallo squalo. Ripara le ali dei gabbiani, almeno il volatile si potrà salvare da morte certa. Blake è il bene, lo squalo è il male. Tutto meravigliosamente rassicurante, condito con un buon ritmo e una freschezza apprezzabile. Non è un capolavoro, bensì un onesto film di genere che ne esce a testa alta. E, soprattutto, offre quelle specifiche emozioni che ci si aspetta da questa pellicola. Ciliegina sulla torta la Lively, che per ben novanta minuti, fa la sua gran figura in costume da bagno.

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