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Parigi, la periferia dove i musulmani odiano gli ebrei

In questi ultimi giorni i riflettori sono accesi su Parigi. Per questo molti quotidiani francesi e non hanno inviato i loro reporter nelle periferie della capitale francese per conoscere quella che si dice essere stata l’area di incubazione di tanti, troppi estremisti alla Said e Cherif Kouachi, i due killer della redazione del Charlie Hebdo.

Sono emerse molte cose interessanti. La prima è che numerosi strati della popolazione di queste zone, evidentemente soprattutto nel caso in cui si tratti di musulmani, non si è sentita minimamente coinvolta nel cordoglio nazionale per la morte di giornalisti, poliziotti e semplici cittadini in seguito agli eventi dei giorni scorsi.

Alcuni si difendono dicendo che se si fossero presentati alle commemorazioni, sarebbero stati ammazzati. Ma l’opinione diffusa è che sia tutta una messinscena orchestrata da Israele, visto come grande burattinaio della politica internazionale. Un sentimento diffuso dicevamo. Tanto che uno studente che rifiutava di osservare il minuto di silenzio in ricordo delle vittime (così come circa l’80% dei ragazzi di queste zone: un dato allarmante) avrebbe detto, secondo Le Figaro, “State raccogliendo ciò che avete seminato.”

Ma questi reportage sono stati anche un’occasione per rivedere la vecchia teoria per cui le periferie francesi sarebbero le capitali del disagio, zone indecenti in cui cova la rabbia per l’assenza di prospettive dei suoi abitanti. Infatti è vero, spesso in queste aree la disoccupazione sfiora il 35-40%, ma non va dimenticato che se dovessimo ricalcolare il dato contando anche chi vive – tutt’altro che poveramente – degli introiti di attività criminali (in particolare lo spaccio di stupefacenti), i numeri sembrerebbero molto meno preoccupanti. Inoltre parecchi reporter stranieri hanno notato come il paesaggio urbano non è affatto più degradato delle periferie statunitensi, delle favelas di Rio oppure, tanto per giocare in casa, dei quartieri poveri di Scampia. Insomma, le motivazioni per il risentimento sociale ci sono tutte, più difficile è immaginare che queste condizioni di vita si debbano per forza tramutare in fanatismo jihadista.

Leggi il nostro speciale sugli attentati in Francia di questi giorni.

Un’interessantissima intervista a questo riguardo l’ha concessa al The New York Times Mouhanad Khorchide, docente di pedagogia islamica all’Università di Munster. Secondo Korchide questi malviventi di periferia userebbero la religione piegandone i significati più profondi, ma sarebbero fondamentalmente ignoranti riguardo al loro credo. Vanno in giro con un Corano sempre con sé quasi in segno di superstizione, ma non ne conoscono neppure il contenuto. Insomma, la fede islamica sarebbe soltanto un’armatura ideologica che serve a proteggere il loro stile di vita spesso basato sull’illegalità e, quindi, su un’alternativa al modello tradizionale proposto dalle leggi dello stato. Un’alternativa che, se giustamente fomentata da predicatori e sedicenti jihadisti, può trasformarsi presto in una brutale e ignorante volontà di schiacciare un Occidente sentito sempre più come nemico.

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