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Pasolini di Abel Ferrara, Mostra del Cinema di Venezia 2014: recensione

Abel Ferrara sceglie Pier Paolo Pasolini o Pier Paolo Pasolini ha scelto Abel Ferrara, per un film di 86 minuti che non cerca l’abbraccio nella 71. Mostra del Cinema di Venezia, ma che chiede ascolto. Il Pasolini di Ferrara è con noi, immerso nella quotidianità globale di assassini e suicidi, d’identità sessuali represse e di grida soffocate. Quell‘aiuto di cui noi, cittadini del 2014, abbiamo bisogno. Pasolini, quindi, ritorna per avvertirci di nuovo, come se quell’ultimo giorno di vita del 1975 fosse oggi, adesso, e noi lo vediamo ancora per una volta cadere al suolo esanime.

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“Siamo tutti in pericolo”, dice Pieruti, (come viene chiamato Pasolini con affetto dalla madre Susanna, nel film Adriana Asti), a Furio Colombo, durante un’intervista senza conclusione, come il futuro del regista-poeta. Perché quando si parla di Pasolini si rischia di elucubrare, ma quando si pensa a Pasolini le prime parole sono: poesia, verità, espressione, ed è in queste tre parole che Ferrara gira il suo film.

Tre sono le lingue che sentiamo, un francese di passaggio, un inglese ed un italiano dominanti e alterni. La musicalità delle lingue aiuta l’orecchio più pigro a percepire l’universalità del messaggio di PPP. Una prova anche per gli attori, sembra che il – Grazie – di Willem Defoe (Pasolini) a Maria De Medeiros (Laura Betti), per il disco ricevuto in dono, racchiuda tutta l’intensità di chi viaggia, cerca e scopre.

Pasolini è tornato da un viaggio a Stoccolma, hanno dato il premio Nobel ad Eugenio Montale, anche se lui lo avrebbe assegnato a Sandro Penna, dopo essere stato svegliato dalla madre, con una vestaglia a righe, va in salotto a leggere il giornale. Nel mentre, distoglie la sua attenzione dalla lettura soltanto per rispondere a qualche domanda di Graziella (Giada Colagrande) e consigliarle la lettura di un libro di Sciascia. Tra la poltrona e la scrivania ruotano attorno la poesia, la verità e l’espressione.

Emergono visioni legate alla sua omosessualità e ai lavori mai terminati, come il romanzo Petrolio ed il film Porno-Teo-Kolossal che avrebbe visto come protagonisti Eduardo De Filippo e Ninetto Davoli (nel film il vero Ninetto Davoli interpreta Eduardo e Riccardo Scamarcio fa Ninetto). L’intensità del film, e l’impronta di Ferrara, che riporta Pasolini tra noi per qualche istante, si percepisce con puro ascolto in tre momenti: l’intervista tra Pasolini e Colombo, il dialogo tra Eduardo e Ninetto, l’uccisione di PPP.

Durante l’intervista Colombo chiede a Pasolini di immaginare la sua esistenza senza televisione e giornali, provando a credere in un’ipotetica bacchetta magica. Pasolini lo fa, e si vede non mutato, in un continuo fare film, perché tanto “Se la mia espressione viene alienata pazienza, intanto io mi sono espresso”. Tra le pagine del Corriere della Sera che sfoglia, ci sono assassini e stragi, come se Pasolini stesse leggendo il quotidiano di oggi, immerso tra le vittime di una più lontana Gaza e di più vicini femminicidi e accoltellamenti italiani. “Siamo tutti in pericolo”, ci dice, ci avverte.

Abel Ferrara aggiunge qualche particolare al film Porno-Teo-Kolossal, lo fa per creare un’immagine di contemporaneità, e si percepisce tutta a Roma, nel cortocircuito temporale che il regista crea e che dona poesia, verità ed espressione: “La fine non esiste, attendiamo“.

Nemmeno la fine di Pasolini esiste, ucciso ad Ostia, ma ancora qui. In 86 minuti, tra lingue differenti e viaggi temporali di parabole (perché “la narrativa non esiste più“), Abel Ferrara ci ricorda che Pier Paolo Pasolini non va raccontato al passato, ma vissuto e cercato nel presente.

Recensione a cura di Isotta Esposito

 

 

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