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Patrizio Cairoli scrive al Ministro Lorenzin: “hanno lasciato morire mio padre in sala d’attesa”

La lettera che Patrizio Cairoli ha scritto al Ministro Lorenzin ha fatto il giro del web: il giornalista, infatti, racconta al Ministro della Salute italiana la sofferenza delle ultime ore di vita del padre, malato terminale lasciato agonizzante nella sala d’attesa dell’ospedale San Camillo. Cairoli, nella sua lettera, racconta amareggiato come suo padre abbia “detto addio alla vita tra gente che urlava, medici indifferenti e visitatori che parlavano e ridevano mangiando panini”.

La morte di un genitore è un dramma nella vita di ogni figlio, soprattutto se questa avviene nel modo indecoroso con cui il giornalista Patrizio Cairoli racconta le ultime ore di vita del padre: l’uomo descrive quanto avvenuto il 22 Settembre 2016 all’ospedale San Camillo di Roma quando il giornalista, insieme alla madre e alla sorella, hanno deciso di portare il padre in ospedale perché vittima di dolori atroci. “Il 22 settembre alle 5 del mattino abbiamo ricoverato mio padre Marcello, gravemente malato di cancro, al San Camillo di Roma. Sapevamo che era grave, ma i medici che lo seguivano, in un altro ospedale, continuavano invece a darci speranza, non ci avevano avvisato che la fine era così vicina. Quella mattina però i dolori erano talmente atroci che abbiamo chiamato un’ambulanza” spiega a Repubblica.it il giornalista di Askanews a sottolineare le tante mancanze di molti ospedali italiani.

“Signora ministra, sono passati circa tre mesi dal giorno in cui mio padre ha scoperto di avere un cancro a quello della sua morte, metà del tempo lo ha trascorso ad aspettare l’inizio della radioterapia, l’altro ad attendere miglioramenti che non sono mai arrivati” racconta Cairoli a proposito della vicenda del padre Marcello e continua “Mio padre aveva sempre più dolori alle ossa: alla fine, non riusciva più a camminare e anche le azioni più semplici, come alzarsi dal letto o scendere dalla macchina, erano diventate un calvario, nella totale indifferenza di medici che, oltre ad alzare le spalle e a chiedere di avere pazienza, non sapevano dire o fare altro, se non aumentare la dose di tachipirina”. Cairoli continua spiegando il calvario al San Camillo dicendo “Accanto aveva anziani abbandonati, persone con problemi irrilevanti che parlavano e ridevano, vagabondi e tossicodipendenti che, di notte, cercavano solo un posto dove stare”: un racconto tragico quello del giornalista che racchiude tutto il suo dolore nella chiusura della lettera “Sarebbe dovuto morire a casa, soffrendo il meno possibile. Deceduto in un pronto soccorso, dove a dare dignità alla sua morte c’erano la sua famiglia, un maglioncino e lo scotch. È successo a roma, Capitale d’Italia”.

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