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Perturbazione Le Storie che ci raccontiamo, “Torniamo in scena rigenerati e pronti per una nuova avventura. Sanremo? Ecco cosa penso” [INTERVISTA]

Finalmente “Perturbazione”. Pronti a tornare in scena dopo due anni in cui è cambiata la formazione della band con gli addii di Gigi Giancursi ed Elena Diana e l’inizio di alcune collaborazioni esterne tra cui quella con Andrea Mirò. La band piemontese è in radio da qualche settimana con il singolo “Dipende da te” e dal 22 gennaio è possibile acquistare l’album “Le storie che ci raccontiamo”. Da sabato, invece, inizia un tour lungo nove tappe ma con tanti altri progetti in arrivo. Noi di UrbanPost.it abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Tommaso Cerasuolo, front-man dei “Perturbazione”.

Due anni di assenza dal panorama musicale, adesso il grande ritorno con una formazione completamente diversa. Chi sono i Perturbazione de “Le storie che ci raccontiamo”?

“Siamo un gruppo nuovo, avevamo bisogno di risolvere i nostri problemi interni perché nella conflittualità spesso emerge quella inibizione che ti porta ad accontentarti per un po’ di tempo ma sei comunque consapevole che prima o poi una storia arrivi al capolinea: adesso siamo un gruppo armonico, pacificato, felici di questa nuova avventura. Questo nuovo album “Le storie che ci raccontiamo” racconta delle micro-storie che descrivono l’aspetto privato di alcune persone da cui abbiamo colto aspetti intimi per portarli sulla scena universale. Ecco, con questo disco noi vogliamo capire la giusta distanza tra chi siamo e chi vogliamo essere.”

Sound elettronico, rock pop e un pizzico di rap. Un mix di ingredienti utili per rendere questo album indimenticabile. Tra le tracce del nuovo disco c’è “Everest”: la possiamo definire metafora dell’attuale società?

“Anzitutto ci tengo a sottolineare una cosa: io faccio la musica che rientra nelle mie competenze, non mi permetterei mai di andare a inserirmi in generi che non so trattare. Questa volta, però, grazie alla collaborazione con Tommaso Colliva abbiamo provato un “featuring” con Ghemon: è venuta fuori una cosa meravigliosa. Proprio in “Everest” volevamo ottenere un cambio di passo e il testo della canzone è anche un po’ la metafora dell’uomo che non è mai sazio, sempre alla ricerca di vette irraggiungibili.”

“Le storie che ci raccontiamo” è composto da tracce incentrate sul tema sentimentale. Racconta davvero di un amore coniugale andato male oppure, in fondo, è una metafora per descrivere i cambiamenti interni alla band?

“Diciamo che un po’ tutto l’album presenta questi aspetti che raccontano storie intime ma non biografiche: prendiamo spunti di vita da chi ci sta accanto quotidianamente e da lì creiamo i nostri testi perché per noi la musica deve essere davvero sentita da chi ci ascolta, non vogliamo raccontare le nostre storie. Ad esempio, nel brano “Una festa a sorpresa” ci sono elementi privati, elementi molto intimi; nella nostra band siamo io (Tommao Cerasuolo) e Rossano Lo Mele (batterista, ndr.) a scrivere i testi e partiamo dai famosi hashtag per creare qualcosa che sia vicino a tutti. Un altro esempio che ti posso fare è “Trentenni”: noi non lo siamo più da tanto tempo ma abbiamo colto le vicissitudini di chi c’è stato vicino per raccontare questo brano. Siamo attenti alla società, lo siamo anche bazzicando sui social, bisogna capire come usare questi strumenti di cui non possiamo fare a meno perché è la storia che ce lo dice: tutto cambia, tutto evolve.”

In “Cara rubrica del cuore” parlate di persone che indossano delle maschere per apparire quel che non sono. Che visione avete del mondo?

“Abbiamo ribaltato una tipica situazione di vita: dalla rubrica del cuore di una ragazza che scrive su un rotocalco femminile al maschio che, qui, si mette in gioco ed evidenzia i suoi limiti. Ecco, questa capacità di ribaltare le situazioni ci ha divertito molto in questo nostro album. E poi la possibilità di poter collaborare con Andrea Mirò è stata davvero una grande occasione anche perché lei è molto utile per noi visto che il disco lo abbiamo composto e registrato in quattro ma nel live un musicista in più è di fondamentale importanza.”

Parliamo di Sanremo, nel 2014 siete arrivati sesti, quest’anno non siete riusciti a partecipare. Immaginiamo lo abbiate seguito ugualmente: qual è il vostro giudizio?

“Guarda, te lo dico molto sinceramente: Sanremo va visto perché rappresenta l’Italia, è un contenitore all’interno del quale ci trovi dentro qualsiasi elemento, emergono tutte le categorie del nostro paese. Io quando avevo un’età più giovanile, tra i venti e i trent’anni, nei confronti di questo Festival avevo un atteggiamento molto snob, preferivo ascoltare la musica britannica o altri generi ben diversi da quanto si proponeva a Sanremo. Devo dire che nell’edizione di quest’anno sono stato colpito favorevolmente dalla performance di Ezio Bosso, credo sia stato il punto più alto degli ultimi anni. E poi davvero felice per gli “Stadio”, meritavano questa vittoria soprattutto per la loro carriera artistica. Mi riconosco molto in loro perché quando fai musica sei sempre un “ottovolante”: picchi di alti e di bassi, impossibile avere una carriera lineare. E di questo sono molto felice. Se c’è una cosa che odio di Sanremo sono i commenti social: è un tipico esempio di come questi magnifici mezzi non dovrebbero essere utilizzati. Personalmente? Reputo che il “Festival” ci abbia consentito di farci conoscere anche a quella gente che in passato ci ignorava, abbiamo raggiunto una fetta di audience diversa. Il nostro percorso è cambiato: nella vita si deve evolvere, non restare ancorati a degli ideali ché non rinnego mica. In questa chiave, ad esempio, va letto il nostro passaggio a un sound un po’ più elettronico presenti negli ultimi due album. Siamo cambiati e amiamo essere anche criticati: ci sta tutto, senza critiche non sarebbe un lavoro giusto.”

Siete in radio da metà gennaio con “Dipende da te”, dal 22 dello scorso mese è uscito finalmente il nuovo album e adesso iniziate il tour: siete carichi? Come mai solo nove tappe? Ma soprattutto: è stato bello vivere la città di Londra per diversi mesi?

“Siamo carichi? Certo, ma non ti nascondo di essere molto ansioso di iniziare. Abbiamo la fortuna, ripeto, di avere con noi anche Andrea Mirò e mi sto divertendo molto a fare già le prove. Per quanto riguarda le tappe, sì al momento sono solo nove ma preferiamo badare molto più alla qualità che alla quantità. Inoltre, siamo pur sempre cinque musicisti, ci sono i fonici, non è facile al giorno d’oggi muovere tante persone. Sicuramente ci fermeremo qualche settimana in Primavera perché uscirà il nuovo album di Andrea Mirò e lei sarà impegnata ma contiamo di tornare già per i mesi estivi. E poi a settembre saremo in giro per l’Europa: torniamo a Parigi dove siamo stati due settimane prima degli attentati di novembre, molto probabilmente all’enoteca italiana “Ciao ‘gnari”, saremo anche a Bruxelles e Londra. Eh sì, poter vivere una delle città più belle del mondo è stato meraviglioso: Tommaso Colliva vive lì per lavoro perché è sempre impegnato con il Teatro e allora abbiamo deciso di spostarci noi. L’idea di essere nel luogo di ispirazione dei rocker che ascoltavo da adolescente è stata unica, davvero emozionante. Ci ha rigenerato.”

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