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Perugia avvocatessa uccisa dal marito: verità shock dal Dna

“Concedetegli i domiciliari altrimenti si ucciderà”, lo hanno chiesto con forza ieri, 15 dicembre, davanti al giudice del Riesame i legali di Francesco Rosi, l’agente immobiliare 40enne che lo scorso 25 novembre ha ucciso a fucilate la moglie, Raffaella Presta, avvocatessa di 43 anni.

Reo confesso del delitto, che si è consumato a Perugia, nella zona del Bellocchio, dinnanzi al loro bambino di 6 anni ora affidato alla sorella della vittima, Rosi avrebbe agito in preda ad un “black out della mente”, al culmine di una violenta lite (l’ennesima, come da lui stesso dichiarato ai giudici) tra le mura domestiche.

“Mentre portavo il nostro bambino a fare il bagnetto lei mia ha urlato ‘quello non è tuo figlio’ …”, ha detto l’assassino reo confesso, che sentendosi fare quella rivelazione avrebbe perso il lume della ragione e, accecato dalla gelosia, avrebbe aperto il fuoco contro la moglie, uccidendola. Ora l’uomo è in cella, guardato a vista per evitare che si tolga la vita, e i suoi legali chiedono i domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico, in quanto non sussisterebbe né il pericolo di fuga, né il rischio di inquinamento delle prove da parte dell’indagato. Le armi, hanno aggiunto i suoi avvocati per escludere la premeditazione, le teneva da tempo in casa, sotto il letto, per difendersi dai ladri.

Il test del Dna avrebbe inoltre confermato la tesi dell’uomo, appurando che il figlio che credeva suo è in realtà di un altro uomo. Prova, questa, che va a sostegno della tesi difensiva secondo cui Rosi avrebbe agito in preda ad un raptus di follia e gelosia, in quanto da tempo (pare almeno un anno) esasperato dalla certezza di essere stato più volte tradito dalla moglie.

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