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Les Beaux Jours d’Aranjuez di Wim Wenders recensione: un film ben fatto ma non un film per tutti

Sarà che dietro alla macchina da presa sai che c’è Wim Wenders, allora sei più docile, più paziente, meglio disposto. Sarà che si parte alla stragrande con una carrellata di immagini fisse di una Parigi deserta e luminosa che suggerisce un’incursione mattiniera sugli Champes Elyses. E poi sarà che c’è Lou Reed con Perfect Day di sottofondo, mentre si passa dalle visioni metropolitane a una magnifica casa di campagna incorniciata da un giardino che ha quella tipica bellezza prepotente e scarmigliata ma mai disordinata.

Il film si basa su un’opera teatrale di Peter Handke: concentrato in un angolo di giardino in cui, un autore, immagina un dialogo fra un uomo e una donna. Un dialogo profondo, in cui l’uomo, curioso, la fruga di domande: la donna risponde, ma è come rispondesse altro, a sottolineare la difficoltà comunicativa tra i due sessi nonostante la buona volontà nel provare a raggiungersi.

Dovevo girare in 3D per portarvi lì, nell’Eden, con loro e rendervi partecipi di quella discussione di un uomo e di una donna e di colui che ha inventato proprio loro due. Il 3D è molto complesso e delicato: con il rumore del vento e le foglie fra gli alberi vi portiamo in quella dimensione. Lui è curioso, a lei piace ricevere domande.  Non fate troppe domande a un uomo…a patto che non sia italiano, in quel caso si può. In fondo tutto parte da un giardino, da un uomo, una donna e una mela…e noi siamo ripartiti da lì…” Ha spiegato Wenders in conferenza stampa aggiungendo l’importanza della scelta della lingua francese se si desidera creare un film intimo. “La bellezza della lingua francese, l’eleganza del francese. Certe cose dette in tedesco sarebbero molto meno lievi ed eleganti. Il cinema francese ha sempre influenzato la mia vita: Rohmer ha lavorato molto sui giardini, certo che l’ho omaggiato, certo che ha avuto grande influenza sulla mia vita.

Vera chicca è Nick Cave che compare improvvisamente al pianoforte, sostituendosi al juke box, cantando uno dei suoi capolavori: Into my arms. Questo film non ha entusiasmato molti giornalisti e molta critica presente alla proiezione: effettivamente spesso la sua lentezza e alcuni momenti in cui il dialogo si rende particolarmente astratto mettono a dura prova lo spettatore. Però, se approcciato con la consapevolezza di andare incontro a un’opera lenta, bellissima sotto l’aspetto compositivo, che gioca su sinestesie uditive e cromatiche, ci si rende conto che la sostanza c’è. E’ una sostanza antica e attuale: l’incomunicabilità profonda tra i due sessi, le endemiche differenze…tutto racchiuso, guarda caso, in un giardino. Tecnicamente impeccabile ma sconsigliato a chi non desidera passare due ore ad ascoltare le altrui introspezioni.

 

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