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Pier Paolo Pasolini e lo sport: il calcio come la poesia

Il 1960 fu un anno molto importante per la storia dello sport italiano, inteso a livello mondiale. A Roma vennero ospitati i Giochi olimpici e nello stesso anno Pier Paolo Pasolini, di cui ricorre oggi, 2 novembre, l’anniversario dei 40 anni dalla morte, si apprestava a girare “Accattone”, uno tra i suoi migliori film. Allo stesso tempo Pasolini aveva iniziato a collaborare con il settimanale “Vie nuove”, tenendo una rubrica aperta ai lettori di carattere politico-culturale e sociale. La direttrice dell’epoca, Maria Antonietta Maciocchi gli propose di partecipare in qualità di inviato alle olimpiadi di Roma. Il regista-poeta e scrittore accettò senza batter ciglio e stante la sua grande passione verso lo sport descrisse in maniera esemplare la cerimonia d’apertura, descrivendo dettagliatamente il significato storico di ogni “bandiera” e di ogni Paese.

PPP, poi, si “tuffò” letteralmente nel racconto incentrato sulle finali dei 400 e 1500 metri, dove diede una narrazione a dir poco epica delle gare, vinte rispettivamente da Elliott e dal tedesco Kauffmann, paragonato da Pasolini per l’occasione ad un generale nazista tale fu l’impresa che lo portò a vincere la gara davanti all’americano Davis. Ma Pasolini aveva una smisurata passione verso gli sport di massa e prediligeva su tutti il calcio, disciplina che lo coinvolse energicamente ed emotivamente. Avrebbe fatto il calciatore, almeno per diletto e non a caso riservò nel suo immaginario, nei suoi scritti un posto molto privilegiato.

Giocava con la maglia numero sedici, era velocissimo, un’ala destra d’altri tempi. La sua velocità e il suo controllo di palla portarono gli amici più stretti a denominarlo “Stukas”, come i famosi aerei tedeschi. Quando aveva una pausa nel lavoro, s’inventava una partitella di calcio anche in giacca e cravatta nei campi di periferia. Nel 1973 Enzo Biagi durante un’intervista gli chiese: “Se lei Pasolini non fosse diventato scrittore e regista, cosa avrebbe voluto fare..?Pasolini rispose: “Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l’eros, per me il football è uno dei più grandi piaceri.”

Era un grande tifoso del Bologna e arrivò al punto di proporre a Giacomo Bulgarelli, all’epoca numero dieci della squadra campione d’Italia del 1964 di fare una parte nel film Decamerone. Il popolare calciatore rifiutò l’invito. Aveva una passione anche per il ciclismo che definiva sport popolare perché non si paga il biglietto e per il pugilato dove spesso ebbe modo di soffermarsi sulla figura dell’argnetino Carlos Monzon, che pose fine alla carriera di Nino Benvenuti. In sostanza Pasolini davanti all’evento sportivo aveva una grande ammirazione, spaccata tra la genuinità dell’atleta e la difficoltà portata dalla competizione. Come dire che l’intellettuale fosse ancora una volta in lotta tra ciò che crea la natura, la fisicità, e ciò che comporta l’intelletto, la cultura.

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