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Pier Paolo Pasolini: la profezia autoavverante di una periferia immanente

Una delle domande ricorrenti, probabilmente ossessionanti, per chi cerca nell’arte le risposte capitali è di certo “Chi è un artista?“, una bella mano di sopraffino artigianato arriva a lambire la facoltà di produrre arte? E se l’arte fosse la visione? L’intuizione semi istintiva prima del movimento effettivo di un società verso una direzione? La facoltà, come un cane, di sentire il terremoto arrivare grazie ai suoi sensi, che gli permettono di captare gli impercettibili smottamenti nella pancia della terra?

Ma nei rifiuti del mondo, nasce un nuovo mondo: nascono leggi nuove dove non c’è più legge; nasce un nuovo onore dove onore è il disonore…

Pier Paolo Pasolini come Balzac, come Hugo, e poi semplicemente alla maniera di Pasolini ha fiutato con spirito a tratti partecipativo a tratti scientifico l’immenso potenziale della periferia. Certo, vi era una fascinazione verso i vinti, quelli vinti davvero attraverso i quali si sperimenta l’abisso, ma non si esaurisce con il banale assioma che vorrebbe l’avventura e la vita vera soltanto fra le macerie, lontana dai colletti bianchi: quello sarebbe mero classismo e stucchevole melodramma. Nessuna Madre Courage, nessun moralismo, nessun migliore e nessun peggiore.

Nascono potenze e nobiltà, feroci, nei mucchi di tuguri, nei luoghi sconfinati dove credi che la città finisca, e dove invece ricomincia, nemica, ricomincia per migliaia di volte, con ponti e labirinti, cantieri e sterri, dietro mareggiate di grattacieli, che coprono interi orizzonti.

L’analisi poetica di un paesaggio straniante, la disamina del covo di delinquenza a buon mercato e di violenza feroce. Ed ecco l’intuizione dell’artista, quello vero, la facoltà di intuire la deriva sociale di un fenomeno che gli ingenui della city credevano arginato nei palazzoni ad alveare: l’avanzamento selvaggio della periferia, con tutto il corollario di significati che il senso della periferia raccoglie. Non più rurale, non più villaggio chiuso ma familiare e neppure città, piuttosto una sorta di augeiano non luogo ripetibile modularmente a Ostia quanto a Cinisello Balsamo. Una Rivoluzione Industriale accolta dagli italiani ma non regolata, dove selvaggiamente prolifera la legge di nessuno che diventa legge di periferia. Una terza società creduta detrito accidentale contenibile in aree dove vigono leggi e architetture del paesaggio che solo gli autoctoni possono comprendere. Una riserva di disagio isolata.

Dove credi che la città finisca, e dove invece ricomincia…

Oggi un altro artista, secondo il medesimo approccio pasoliniano, ha colto la questione, si tratta di Renzo Piano che da anni si concentra proprio sulla revisione del concetto di periferia partendo dal corretto assunto dell’inevitabilità del suo avanzare: “Dobbiamo smettere di costruire periferie. Ormai le nostre città sono piene di questi luoghi dove il centro non è più centro, e la campagna non è ancora campagna. Invece di continuare ad espanderli così, dobbiamo intensificare i nostri centri urbani, fecondando e fertilizzando le periferie. Ovunque ci sono grandi buchi neri da recuperare e trasformare, in modo che questi sobborghi diventino luoghi di civiltà, e non solo posti dove si va a dormire. Capisco che con i centri storci era più facile, perché sono fotogenici, ma anche i sobborghi hanno la loro bellezza. La bellezza dei desideri di milioni di esseri umani che li abitano, e dobbiamo aiutarli a realizzare.

Una città come Parigi, oggi, conta 6 milioni di abitanti, di questi soltanto 600.000 vivono in centro. E’ quindi corretto dire che il 90% dei parigini è gente di periferia. Ecco perché Pasolini andava ascoltato e forse tutelato come un qualche bene prezioso; Pasolini non è riconosciuto come un genio per la sua fine tragica dai risvolti epici che incorniciano una morte a bastonate su una spiaggia della peggio periferia di Ostia. Di gente finita così, ahinoi, sono piene le tombe; Pasolini aveva intuito quale sarebbe stato il futuro del 90% del mondo occidentale e se ne occupava con scientifica e minuziosa indagine. L’obolo che paga ogni Cassandra del proprio tempo è ben quello di aver restituito un futuro prossimo tanto sgradevole quanto inevitabile. Sostituire alla speranza un spietata consapevolezza è un di quelle cose che le persone non ti perdonano mai e non pochi, ne siamo certi, di quella morte violenta hanno detto “Se l’è cercata“. Il dramma è che in questa considerazione da bar risiede un briciolo di tragica verità: Pasolini aveva fiutato l’invadenza e l’incedere della periferia nei futuri decenni di questo Paese e, probabilmente, anche nella sua fine umana.

dove credi che la città finisca, e dove invece ricomincia, nemica. 

Talmente nemica che si muore a bastonate.

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