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Piero Angela intervista: Giornalismo Pseudoscientifico tra Cura Di Bella e Metodo Stamina

È uscito da poche settimane Giornalismo Pseudoscientifico, il nuovo libro di Piero Angela, scritto in collaborazione con Cristina De Rold, giornalista scientifica e Marco C. Mastrolorenzi, semiologo e divulgatore scientifico. Il volume, edito per la collana Scientia et Causa della casa editrice C1V Edizioni dell’editrice Cinzia Tocci, affronta molti temi dei nostri giorni come la corretta informazione, i vaccini e le bufale sul web. Ecco la nostra intervista agli autori, curata da Michele Iacovone della redazione di UrbanPost.

Intervista all’autore, conduttore televisivo e divulgatore scientifico Piero Angela:

1) Di cosa parla il libro “Giornalismo Pseudoscientifico”?

Il libro è diviso in tre sezioni, più un’introduzione scritta dallo stesso curatore del libro. Nonostante gli stili diversi e i contenuti che affrontano tematiche differenti, le parti presentano una linea unica: l’informazione scientifica e la differenza con quella pseudoscientifica. Nella mia sezione riporto alcune delle mie esperienze legate ai retroscena di certe trasmissioni in cui si dava per assodato un fenomeno senza che nessuno si curasse di verificare la realtà dei fatti e, in più, racconto episodi in cui gli stessi tentativi di fare buona informazione scientifica possano essere ostacolati da emozioni e interessi, al punto tale da ricevere conseguenze di non poco conto. Nel libro non diamo di certo lezioni di giornalismo ma evidenziamo, e non ci sembra mai abbastanza ribadirlo, come non si debba fare un certo giornalismo apparentemente scientifico.

2) Qual è lo scopo del libro?

In parte la risposta è data nella prima domanda: tuttavia lo scopo del libro è quello di evidenziare le differenze tra una corretta informazione fatta tramite la verifica e il controllo delle fonti, così come si chiarisce un elemento di fondamentale importanza in ambito scientifico difficilmente compreso: la cosiddetta par condicio. Ossia L’informazione scientifica non può avere un alter ego privo di basi ma scorrettamente interpretato e/o presentato come una visone scientifica alternativa. La scienza è fatta di dati e non di opinioni e non si può confrontare un dato con una opinione alternativa se questa non è supportata da altri dati significativi.

3) Quali sono gli effetti collaterali a lungo termine della disinformazione?

Negli ultimi tempi abbiamo subìto sulla nostra pelle gli effetti della disinformazione. Basti pensare alla Cura Di bella, al caso Stamina e a tutto ciò che ne è conseguito come perdita di tempo e come si sia messa a repentaglio la salute delle persone. Le conseguenze della disinformazione, quella più negative, quindi, si risentono sulla salute pubblica e un ulteriore esempio credo che possa chiudere il discoro su questa domanda: il calo delle vaccinazioni per timore di malattie neurologiche che nulla hanno a che fare con i vaccini. Non credo che si possa essere più chiari.

4) Per quale motivo, secondo lei, le persone tendono a non informarsi correttamente?

Ci sono una serie di fattori che spingono le persone a non informarsi correttamente. Non sarebbe possibile descrivere solo una causa. Pigrizia, fiducia in chi, parlando in tv, assume un alone di autorevolezza, seppur suggestivo e privo di fondamento, e soprattutto una mancanza di cultura scientifica di fondo che non consente di avere uno spirito critico verso notizie che vengono diffuse. Non tutti si occupano di scienza e non tutti sono in grado di mettere in discussioni notizie che, almeno per gli addetti ai lavori, possano stimolare quei campanelli di allarme in grado di allertare la mente e comprendere che c’è qualcosa che non va nei suoi contenuti. Sta al divulgatore scientifico fare il possibile nel filtrare le notizie fondate da quelle allarmistiche o illusorie.

5) Quali sono gli obiettivi fondamentali di un buon giornalista scientifico?

Qui sarò breve e tangibile. Verifica delle fonti, chiarezza espositiva, semplificazione dei contenuti e capacità di suscitare interesse.

6) Secondo lei, il web ha fomentato la disinformazione e il complottismo?

Il web ha di sicuro fomentato la disinformazione. Le notizie non sono sottoposte a una revisione, tutto viene messo alla portata di tutti e tutti scrivono tramite blog e siti, che nulla hanno a che fare con riviste sottoposte a revisione, almeno di tipo editoriale. La libertà di opinione è una conquista, ma ha degli effetti collaterali, ossia la circolazione di opinioni che possono essere infondate e, addirittura, pericolose, almeno per la salute.

7) In quale modo è possibile combattere la disinformazione scientifica?

Beh la risposta appare semplice e scontata: con una controinformazione scientificamente fondata e che usi un linguaggio alla portata di tutti.

Intervista al coautore, semiologo e divulgatore scientifico Marco Cappadonia Mastrolorenzi:

1) Il web sta trasformando la comunicazione rendendola più rapida e fruibile: queste caratteristiche stanno avendo una influenza negativa sulla corretta informazione?

Nel web circola di tutto: è un gran calderone in cui insieme ai siti scientifici e ai blog costruiti da addetti ai lavori ed esperti specialisti (alcune enciclopedie sono ben fatte, per esempio), troviamo ogni sorta di nefandezza e di disinformazione (più o meno in buona fede). La figura del lettore – destinatario del messaggio è mutata rispetto alla comunicazione tradizionale precedente l’era di Internet. L’utente può ora non soltanto lasciare un proprio commento in calce a un articolo (non sempre a proposito), ma intervenire nei dibattiti presenti in rete, spesso (non sempre, per fortuna) attraverso opinioni non informate e con atteggiamenti irriverenti e offensivi. Molte notizie infondate, prive di verifica delle fonti viaggiano alla velocità di un clic e di dito in dito (per così dire) fanno il giro del web. Se non si hanno delle basi della conoscenza scientifica si rischia di essere preda della velocità del web e di fermarsi ai primi link che si trovano in rete, senza andare a cercare un sito attendibile e senza, cosa più importante, verificare la notizia con la ricerca della fonte di provenienza.

2) Statisticamente, a cadere nella disinformazione sono più le persone comuni o i giornalisti?

Il giornalista per dovere deontologico deve sempre controllare e verificare le fonti delle sue notizie e qualora sbagli, rettificare appena scorge l’improprietà presente nell’articolo. Non sempre è facile comprendere se la notizia è attendibile o meno, per questo esistono i de bunker (da debunkery: screditatore, smascheratore) e i siti che aiutano i navigatori della rete a comprendere la veridicità di una notizia. Il lettore destinatario, avendo ormai un ruolo attivo nel social network, è bene che cerchi sempre di risalire alla fonte di quanto legge in un sito (non scientifico) o in un blog, soprattutto quando si tratta di argomenti di natura medica e scientifica, come il caso dei gruppi antivaccinisti (battaglia ideologica) o delle cure alternative e non riconosciute dalla scienza. Il dovere del giornalista è di informare correttamente e di fare il possibile per non cadere nelle trappole della disinformazione attraverso il controllo e la verifica delle notizie che sta usando per il suo articolo.

3) Le persone comuni sono più attratte dalle pseudoscienze? Se sì, per quale motivo secondo voi?

Se non si hanno gli strumenti culturali idonei per distinguere scienza da pseudoscienza si può cadere facilmente nella trappola persuasiva della semantica adottata dalla pseudoscienza. Spesso lo pseudo scienziato usa uno stile elegante e ricercato, con l’utilizzo di parole scientifiche, ma usate fuori contesto. Ecco che chi conosce poco (o per niente) la scienza può facilmente cadere nel tranello stilistico in atto. Oltre trent’anni fa l’American Cancer Society stilò un identikit preciso dei personaggi che si presentano come scopritori di terapie rivoluzionarie da essi ideate fuori dal mondo scientifico. In breve si può dire che lo pseudo scienziato, generalmente, non è un ricercatore o non appartiene all’élite della ricerca; non porta le prove delle proprie affermazioni; le sue scoperte non vengono sottoposte all’esame di riviste scientifiche con il sistema della revisione tra pari; si rivolge a giornali e televisioni per una maggiore presa mediatica; si dichiarano incompresi e osteggiati dalla comunità scientifica definendosi vittime di complotti economici e di potere; fanno appello ai malati e alle loro famiglie per chiedere la sperimentazione della terapia; minacciano le autorità sanitarie e politiche del Paese di portare le loro scoperte all’estero. Poi termina tutto nel nulla.

4) Con l’avvento delle pseudoscienze, il giornalismo scientifico di qualità rischia di scomparire?

Le pseudoscienze ci sono sempre state. Se pensiamo che la scienza moderna nasce con Galileo Galilei (che era anche un fine umanista) e che i suoi studi, basati sulla osservazione empirica, sono stati fortemente osteggiati dalle autorità ecclesiastiche, possiamo facilmente comprendere come il metodo scientifico abbia incontrato sempre ostacoli alla sua diffusione e assimilazione culturale. Il neoidealismo novecentesco, poi, la filosofia che fa capo a Benedetto Croce e Giovanni Gentile, è entrato spesso in polemica con la scienza, contribuendo a separare così il sapere umano in due culture e spingendo alla non comprensione della scienza e del suo metodo di ricerca (comune ad altre branche del sapere, anche umanistico). Quindi con la scienza nasce anche la pseudoscienza che avversa la prima per ragioni essenzialmente ideologiche. Proprio in virtù delle carenze e delle lacune scientifiche presenti nella cultura del nostro Paese, la divulgazione scientifica deve essere mirata a colmare tali lacune pregresse (ataviche, possiamo dire) e l’azione informativa va fatta con un stile chiaro e semplice, in modo che tutti possano intendere il messaggio in essa contenuto. Il ruolo del divulgatore è molto importante per cercare di formare e informare le nuove generazioni o anche le persone che non hanno avuto modo di imparare la scienza e il metodo. Dalle stime prodotte da Luciano Pellicani e Elio Cadelo nel libro Contro la modernità – le radici della cultura antiscientifica in Italia, risulta che in Italia c’è un inquietante 97% di persone che ignora il metodo scientifico. Questo significa che in una porta così spalancata può entrare di tutto, dai guaritori ai maghi, dalle pseudoscienze mediche alle truffe più gravi e pericolose. Gli antivaccinisti e i sostenitori delle medicine omeopatiche, per esempio, hanno potuto svolgere la loro missione ideologica (vs scienza) in internet (ma anche nei media televisivi), proprio grazie a questa profonda ignoranza scientifica che dilaga nel nostro Paese. Il giornalismo scientifico di qualità è fortemente presente e cerca sempre di informare in modo corretto i lettori per ristabilite la correttezza scientifica. Le pseudoscienze attecchiscono proprio perché mancano le basi scientifiche per poterle riconoscere e arginare.

Intervista alla coautrice e giornalista scientifica Cristina Da Rold:

1) Quali sono le basi per una corretta informazione scientifica?

Anzitutto le fonti. Capire chi sta parlandoci tramite un blog o un forum, se si tratta di fonti validate o solo di opinioni. Chiunque, senza alcuna formazione o cognizione di causa, può per esempio aprire un blog e diffondere informazione scorretta. Altra cosa è chi si dedica seriamente all’informazione scientifica, tratta da fonti certe e condivise da esperti serie. On il rischio sempre di sbagliare, quello è in linea di principio inevitabile, ma fa parte dell’approccio scientifico.

È poi importante – a mio avviso – evitare facili sensazionalismi e attenersi puntualmente alle informazioni scientifiche che si possiedono, magari facendosi aiutare all’occorrenza da uno o più esperti se si hanno dei dubbi. Vi è poi la questione dei conflitti di interesse. È molto importante verificare che chi ci sta raccontando una qualche presunta verità sia libero da interessi non scientifici.

2) Nel libro si parla di vaccini e falsa informazione: per quale motivo, secondo voi, sono sbarcati sul web gli antivaccinisti?

Come spesso accade, quando si parla di argomenti delicati come quelli legati alla salute, c’è chi dice tutto e il contrario di tutto, e l’allarmismo è spesso la regola. Legato al tema vaccini in particolare c’è il fatto che si parla della salute dei bambini, che rende le persone particolarmente attente e sensibili. Troppo spesso si finisce per farsi guidare dalla “pancia” invece che dalla razionalità e dal metodo scientifico. In questo i social network non aiutano, divulgando in troppi casi informazioni false, non validate e mendaci.

3) Quando, un articolo presentato come scientifico, si può definire tale?

Ancora una volta il punto sono le fonti. Se quello che stiamo raccontando è basato su studi scientifici pubblicati su riviste la cui serietà è condivisa dalla comunità scientifica, già siamo sulla buona strada. Di prassi un buon articolo di informazione scientifica cita le fonti da cui trae le informazioni, in modo che il lettore possa verificarne la provenienza. Poi si passa al “come” comunichiamo quello che vogliamo raccontare. Non basta certo la buona intenzione, le parole hanno un proprio peso, e – di nuovo – è facile cadere nel sensazionalismo, sulla scia di luoghi comuni o di paure popolari. Credo che sia buona prassi prendersi la briga, per esempio, di verificare chi “urla” troppo gridando al complotto. Quando si parla di un argomento così complesso e delicato come la salute, un corretto linguaggio scientifico, che sia puntuale e che non banalizzi o stravolga i contenuti, pur con le dovute semplificazioni, è necessario.

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