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Precarietà e Ricerca: da Treviso a Bologna, a Liverpool, con le biotecnologie

Per lo Speciale Milano e Venezia sulla Notte Europea dei Ricercatori 2014, UrbanPost ha dedicato uno spazio a chi vive in prima persona la Ricerca. Da Liverpool, intervista ad Andrea Laconi (originario di Mogliano, Treviso).

precarietà ricerca andrea laconi

Perché hai scelto di fare ricerca?

La scelta di diventare ricercatore è stata una conseguenza della mia passione per le scienze naturali, in particolare per la biologia, e di un’errata valutazione delle possibilità di sviluppo delle biotecnologie. Mi spiego meglio: fin da piccolo ero molto affascinato da tutto ciò che allora definivo “scienze” e questa passione ha continuato ad accompagnarmi per tutto il mio percorso scolastico, dalle elementari alle superiori. Al momento di iscrivermi all’università, era l’anno 2004, vi era un gran fermento attorno alla nascita di una disciplina nuova, le Biotecnologie, che avrebbe potuto portare innovazione in diversi campi, tra cui quello farmaceutico, quello agrario-alimentare, ma anche quello energetico e dei materiali. La scelta fu quindi abbastanza scontata, passione e possibilità di lavoro sembravano andare di pari passo, così non esitai ad iscrivermi al corso triennale in Biotecnologie presso l’Università degli studi di Padova. Nell’arco dei 5 anni di studio i momenti di incertezza e di smarrimento non sono certo mancati, però mi bastò mettere piede per la prima volta in un laboratorio di biologia molecolare per avere la conferma che era quello che avrei voluto fare nella vita.

Qual è/quali sono stati il tuo obiettivo/obiettivi?

Attualmente sto svolgendo un dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie dell’Università di Bologna, quindi l’obiettivo a breve termine è di concludere quest’esperienza. Una volta finito il dottorato, l’obiettivo, ovvio ma non scontato, è quello di restare nel mondo della ricerca, sia in realtà statali, vedi università o istituti pubblici, sia in realtà private, quali le aziende farmaceutiche o laboratori di ricerca privati.

Avevi delle aspettative differenti rispetto a quelle che stai vivendo?

Pur essendo un ricercatore entusiasta, non posso certo affermare che le aspettative che avevo al momento dell’iscrizione al corso di biotecnologie siano state pienamente mantenute. Anche se spesso i ricercatori sono visti come “topi di laboratorio” che passano lunghe ed oziose giornate davanti ad un microscopio, il lavoro del ricercatore è un lavoro dinamico, in continua evoluzione, che richiede capacità conoscitive, deduttive ed intuitive, accoppiate a molta pazienza e sopratutto a molto perseveranza. È un lavoro che richiede passione e per tutti questi motivi non mi pentirò mai della scelta che ho fatto. Il rovescio della medaglia, ovvero le aspettative non mantenute, riguarda le condizioni contrattuali. Purtroppo nel pubblico la maggior parte del ricercatori vive nella precarietà, sgomitando per borse di studio o assegni di ricerca, quest’ultimi molto ambiti, dal salario variabile e dai contributi nulli. Anche nel privato la situazione non è migliore e le aziende che assumono giovani ricercatori sono poche: infatti, contrariamente a quanto previsto ad inizio anni 2000, le biotecnologie non sono esplose, non tanto perché non in grado di portare innovazioni utili e proficue, ma perché bisognose di investimenti a lungo termine, dell’ordine della decina di anni, e quindi poco appetibili da parte dei fondi di investimento.

Pensi che l’Italia si stia muovendo a favore dei ricercatori o siamo ancora molto distanti dagli Stati del Nord Europa?

Credo che attualmente la distanza tra Italia e molti altri paese del Nord-Europa sia ancora sensibile, sotto diversi punti di vista, tra cui i termini contrattuali, le prospettive lavorative dei ricercatori, i centri di ricerca in sé e l’ammontare dei fondi stanziati per la ricerca sia da istituzioni pubbliche che private. Credo che un confronto tra le due realtà che meglio conosco possa rendere l’idee delle differenze esistenti. Attualmente sto svolgendo un periodo di formazione presso Department of Infection Biology, Institute of Infection and Global Health, Faculty of Health and Life Science dell’università di Liverpool: solo nello stabile in cui lavoro, su un organico di circa 50 ricercatori, sono presenti tre ricercatori italiani inquadrati nella posizione di lecture (posizione equivalente a quella di ricercatore confermato nel sistema universitario italiano) presso il gruppo di patologia comparata ed una ricercatrice inquadrata nella posizione di reader (posizione equivalente a quella di professore associato nel sistema universitario italiano) presso il gruppo delle zoonosi alimentari. Ovviamente il resto del personale non è costituito da soli ricercatori inglesi, infatti sono presenti almeno una dozzina di lectures, dottorandi e post-doc provenienti da paese europei ed extra-europei. In tutto il dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie di Bologna non c’è un solo borsista, assegnista, dottorando, ricercatore o professore, non italiano!

Grazie.

Per leggere le interviste a Venezia, qui. Per leggere le interviste a Milano, qui.

A cura di Isotta Esposito

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