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Premio Nobel per l’Economia ad Hart ed Holmstrom: vi spieghiamo il perché

Il Premio Nobel per l’Economia è stato assegnato all’inglese Oliver Hart ed al finlandese Bengt Holmstrom, per i loro studi sulla teoria dei contratti. Di cosa si tratta? Lo studio dei contratti è uno dei campi più vasti della ricerca economica, uno dei più concreti e meno dogmatici. Hart, che insegna ad Harvard, e Holmstrom, che insegna al MIT di Boston, si sono interessati di questo settore di studi fin dagli anni ’70, ed altri recenti studiosi insigniti del Premio Nobel, hanno contribuito a questa materia, come ad esempio James Mirrless, Premio Nobel per l’economia 1996.

Premio Nobel per l’economia e Teoria dei Contratti

Già nel diciottesimo secolo, Adam Smith osservò che tra il proprietario di un’azienda (oggi diremmo gli azionisti) e chi la gestisce direttamente (oggi diremmo l’amministratore delegato), può crearsi un conflitto d’interesse, ossia l’interesse egoistico del dirigente può danneggiare la salute dell’azienda. Da questi presupposti nasce tutto l’interesse della teoria dei contratti verso tutte le situazioni in cui può sorgere un conflitto di interesse tra le due parti contraenti, soprattutto se esiste “asimmetria informativa”, ossia se le due parti non hanno le stesse informazioni. La teoria dei contratti è andata ad analizzare altri tipi di situazioni in cui è necessario stipulare condizioni che minimizzino l’incertezza, come ad esempio i contratti di assicurazione, o i contratti finanziari, o l’opportunità che alcuni servizi di pubblica utilità sia conveniente vengano privatizzati o meno.

La materia è vasta ed affascinante, ed in generale meno noiosa e teorica rispetto ad altre branche dell’economia. Per svelare subito la fine del film, possiamo limitarci a dire che non esiste una soluzione uguale per ogni contratto, anzi ogni situazione va analizzata “a sé”. Piuttosto la teoria dei contratti ci da gli strumenti per analizzare le situazioni specifiche, e scegliere il miglior compromesso. Per fare un esempio, andiamo a prendere in esame l’esempio più semplice, portato dalla stessa Accademia delle Scienze Svedese, per esemplificare il più classico dei conflitti di interesse, quello tra azionisti e amministratore delegato di un’azienda.

Teoria dei Contratti e incentivi per i manager delle aziende

Il problema dei contratti per i manager delle aziende si presenta perché normalmente la loro retribuzione è pensata per incentivarli ad ottenere i migliori risultati aziendali possibili. Di conseguenza è prevista una parte di retribuzione fissa, a cui si sommano dei premi legati ai risultati aziendali. Un risultato che può essere usato come misura del “buon lavoro” degli amministratori di un’azienda può essere l’utile. Maggiori sono gli utili dell’azienda, maggiori sono i premi che riceveranno i manager. E qui entrano subito in ballo due tipi di distorsioni. Intanto c’è il fattore fortuna: se l’azienda di cui sono amministratore delegato è nel settore petrolifero, e i prezzi mondiali dei carburanti salgono, l’azienda che gestisco può migliorare facilmente gli utili, senza che sia direttamente merito mio. La seconda e più pericolosa distorsione avviene quando io amministratore, per ottenere alti utili in fretta, pregiudico il futuro dell’azienda. Ad esempio potrei risparmiare sui controlli di qualità: i miei prodotti costeranno meno della concorrenza, venderanno di più, mi permetteranno di avere immediatamente alti utili, salvo rompersi a catena dopo 2 anni, quando io sarò già andato via dall’azienda coi miei bei bonus nella 24 ore. Per evitare questo tipo di distorsioni, sono stati creati contratti per i dirigenti ancorati ad altre grandezze, che non il puro e semplice utile. Un sistema teoricamente più equilibrato può essere il valore delle azioni. Questo perché, normalmente, il valore delle azioni riflette non solo l’attuale redditività dell’azienda, ma soprattutto le aspettative future di generazione di utile. Il tutto in un sistema “normale”.

Nel folle mondo dei tassi a zero, in cui le aziende possono indebitarsi a costo “quasi zero”, le società arrivano a fare debiti per comprare le proprie azioni, facendo in modo che il prezzo delle stesse salga. La società si sta indebitando, sta mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza, ma il prezzo dei suoi titoli sale e i manager incassano ricchi incentivi, prima di “salutare la compagnia” e farsi assumere in un’altra società. Un’altra assurdità, sempre dovuta all’indebitamento facile, è l’acquisto di aziende concorrenti. L’azienda A si indebita per comprare l’azienda B. L’azienda A rafforza facilmente la sua quota di mercato, ma intanto licenzia tanti “doppioni”. Pur maggiormente indebitata di prima, le azioni dell’azienda A salgono e i manager incassano ricchi bonus, mentre tanti impiegati finiscono in mezzo alla strada. Seppur con toni diversi, sia Trump sulla sponda repubblicana, che Bernie Sanders su quella democratica, hanno puntato il dito contro queste assurdità, con la conseguenza di raccogliere entrambi un grande consenso tra i rispettivi elettorati.

Come accennato in apertura, la teoria dei contratti ha innumerevoli branche di studio, e si basa, come abbiamo visto, più sullo studio delle azioni dei singoli che sui modelli economici. I modelli spesso tendono a sottovalutare i comportamenti individuali, portando così a previsioni che vengono puntualmente smentite dalla realtà. Inoltre lo studio dei comportamenti nelle organizzazioni è una materia affascinante perché aiuta a capire i motivi del perché certe organizzazioni, dalla bocciofila sotto casa, alle aziende, fino ad arrivare ad interi popoli, si comportano in determinati modi. Il fatto che l’Accademia Svedese delle Scienze abbia seguito più volte questo filo conduttore nella scelta degli economisti da premiare, può essere un segnale del fatto che il mondo dello studio dell’economia stia, di fronte al fallimento della certezza che gli stati possano influenzare (positivamente) lo sviluppo economico, abbandonando la cieca fiducia nei modelli econometrici e stia tornando ad osservare “l’Azione umana”.*
*Titolo dell’opera fondamentale dell’economista Ludwig Von Mises, che nella prima parte del secolo scorso dimostrò, insieme a Friedrich Hayek, come l’intervento dello stato nell’economia abbia sempre conseguenze contrarie rispetto alle aspettative. Il libro è stato ri-tradotto in italiano proprio quest’anno, dopo oltre 55 anni dalla prima edizione nella nostra lingua, datata 1959.

Nato a Molfetta, residente da più di 20 anni a Bergamo, e innamorato follemente di Milano. Laureato in Economia Aziendale, ha una passione smisurata per la pubblicità, che ha trasformato in lavoro, occupandosi di Consulenza di Marketing, Copywriting e "Socialcosi". Altre passioni sono i viaggi, la tecnologia, il calcio, le ragazze (non necessariamente in quest'ordine) e l'automobilismo, per cui è giornalista, telecronista e speaker in pista.

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