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Processo Bossetti, Caso Yara: l’esempio di come non deve essere trattato un fatto di cronaca nera in tv

Il caso relativo all’omicidio della piccola Yara Gambirasio è finalmente chiuso. Cala il sipario su un’orrida vicenda giudiziaria di cui s’è parlato anche fuori dall’Italia per la straordinarietà delle indagini che hanno portato alla soluzione del giallo. La famiglia della vittima potrà voltare pagina, continuare a vivere il proprio dolore con dignità e sobrietà come ha sempre fatto finora, ma senza più i riflettori dei media puntati addosso. Attenzione mediatica che reputo abbia prodotto solo danni sia alla famiglia Gambirasio che all’imputato Massimo Giuseppe Bossetti, condannato ieri 12 ottobre 2018 all’ergastolo anche dalla Corte di Cassazione, che ha confermato le due condanne alla medesima pena inflittegli nei precedenti due gradi di giudizio. “Il test genetico è decisivo. Il Dna nucleare è informativo e identificativo della persona. È stato ricavato nei laboratori a elevatissima specializzazione del Ris. Non ci può essere che si ‘pucci’ il Dna di un altro in una provetta”, perentoria, ieri, il sostituto procuratore generale della Cassazione, Mariella de Masellis, nel chiedere la conferma dell’ergastolo per Bossetti. Al di là di come la si pensi in merito alla innocenza o colpevolezza dell’imputato, ciò che oggi, dopo la sentenza definitiva, fa molto riflettere è il modo in cui la stampa ha trattato il caso, a mio avviso più che riprovevole. In questi anni quasi si è dimenticata la vittima – una bambina di 13 anni – perché tutte le energie di trasmissioni tv e non solo si sono concentrate sull’imputato. È stato lui al vero centro del dibattito: Bossetti e la sua irremovibile testardaggine nel negare gli evidenti fatti oggettivi che lo hanno inchiodato alle sue responsabilità, e respingere l’evidenza logica di certe verità scientifiche, avallato nel farlo dai suoi familiari.

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Dopo la sentenza ieri mi ha colpito molto sentire pronunciare dall’avvocato Claudio Salvagni parole che mai avevo udito uscire dalla sua bocca e che condivido in toto: “Forse era meglio che lui stesse zitto fin dall’inizio, che la famiglia tacesse, che nessuno parlasse di questo caso, per quando si parla di un caso lo si monta di connotazioni che non le sono proprie e poi sfugge di mano … come in questo caso. Io rimango convinto della innocenza di Massimo Bossetti”. Nel caso di specie, quello del delitto Gambirasio, non si può non fare riferimento alla esagerata attenzione mediatica rivolta da tv e giornali alla lunga inchiesta prima e ai processi all’imputato poi. Ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori e, se di sovraesposizione mediatica della vicenda si deve parlare, certo la responsabilità non è da attribuire alla famiglia Gambirasio, che mai in questi otto anni ha proferito parola al riguardo. Con profondo rispetto per il lavoro della magistratura, ha atteso in silenzio che l’indagine andasse avanti e i tribunali accertassero le prove raccolte contro Bossetti. Nel frattempo contenitori televisivi, spesso inadatti a trattare la materia in questione, ci hanno spesso raccontato i fatti parzialmente, e in maniera più o meno deliberata, a tratti hanno mistificato la realtà. Abbiamo visto e ascoltato i familiari di Bossetti sfilare in trasmissioni televisive raccontare di tutto e di più; la madre dell’imputato, Ester Arzuffi – cito l’episodio a mio avviso più surreale tra quelli avvenuti – è arrivata ad accusare il suo ex ginecologo defunto di averla (oltre 40 anni prima) inseminata artificialmente a sua insaputa con il seme dell’uomo (che non era donatore) che guidava l’autobus che la portava al lavoro quand’era ragazza, con cui lei negò ad oltranza di avere avuto una relazione ma che l’inchiesta ha rivelato essere il padre biologico dei suoi gemelli, Massimo e Laura Letizia. Mi riferisco a Giuseppe Guerinoni, defunto nel ’99, di cui Bossetti e la sorella ignoravano di essere figli fino a quando il segreto della Arzuffi è stato, inevitabilmente, portato alla luce dall’inchiesta giudiziaria sul profilo genetico di Ignoto 1, la cui linea paterna riconduceva proprio alla famiglia Guerinoni. E mi chiedo: perché nei salotti televisivi che in questi quattro anni hanno ‘masticato’ il caso Yara non è stato mai spiegato a dovere l’ordine cronologico nel quale la magistratura inquirente ha raccolto gli elementi di prova (non solo il Dna!) contro l’assassino della ginnasta di Brembate? Se questo lavoro di informazione fosse stato fatto in maniera coscienziosa e meticolosa, senza pensare ai dati di share e alle ‘cose da non dire’ al fine di alimentare la curiosità e la morbosità del telespettatore ‘profano’ in materia di genetica e non solo, forse non avremmo assistito al circo mediatico che è andato in scena per anni attorno a questa vicenda. Controproducente in primis per Massimo Bossetti, come ha ben detto ieri il suo difensore.

L’inchiesta titanica sul Dna tanto contestato dalla difesa del muratore, non ha portato subito a lui. Si è indagato contro ignoti per 4 anni. Non quindi ‘contro Bossetti per incastrarlo’, poiché all’epoca delle indagini Bossetti nemmeno lo si conosceva. Il Ris di Parma, la Procura di Bergamo e il pm Letizia Ruggeri hanno lavorato mossi dal solo scopo di trovare la verità e dare giustizia alla povera vittima innocente. Hanno analizzato la traccia 31G20 sugli slip di Yara fino allo sfinimento, ripetuto i test per accertare oltre ogni ragionevole dubbio, appunto, che quel profilo di Ignoto 1 nella sua parte nucleare (l’unica e sola che in genetica forense viene utilizzata per attribuire un Dna ad un soggetto) corrispondeva al 99,9% periodico con quello di Massimo Giuseppe Bossetti. Questa è scienza, è verità inoppugnabile, negarlo è illogico. La spiegazione fornita dalla magistratura all’assenza nella traccia mista sugli slip della vittima della parte mitocondriale (linea materna, ininfluente nei processi per attribuire un profilo genetico) del Dna non è stata reputata esaustiva dalla difesa di Bossetti, ma tant’è: il corpo della povera Yara è rimasto esposto alle intemperie dell’inverno bergamasco per tre mesi prima di essere ritrovato e, quella traccia di Dna, si è inevitabilmente degradata. Fortunatamente per la Procura di Bergamo, a perdersi in quei mesi di giacenza nel campo di Chignolo è stata solo la parte di profilo genetico che non era utile a chi indagava, quella mitocondriale. La porzione di Dna che serviva invece per accertare la verità – il nucleare che ha ricondotto alla famiglia Guerinoni – c’era tutta e in abbondanza. E quella è l’unica e sola che contava allora e che conta oggi per motivare l’attribuzione di quel profilo a Bossetti. Per i difensori del muratore di Mapello – che hanno fatto bene il loro lavoro tentando il tutto per tutto per farlo assolvere – quell’anomalia era e rimane tale. Di diverso avviso la Procura di Bergamo, e i giudici del tribunale di Bergamo, Brescia e ieri della Corte di Cassazione, per i quali quella prova è granitica.

A questo punto penso sia legittimo domandarsi: fin dove può spingersi un pool difensivo per tentare di far assolvere e/o scagionare un imputato destinato al carcere a vita? Anche oltre i limiti del buon senso? Bene usare tutti gli strumenti a disposizione che il nostro ordinamento mette loro a disposizione, attenzione però a non sottovalutare le conseguenze – spesso nefaste – che certe parole possono sortire nella mente di tante persone, talvolta superficiali e poco informate, che attive sui social arrivano a conclusioni strampalate circa fatti di cronaca giudiziaria di cui ignorano i tecnicismi, e che in quanto estremamente delicati andrebbero trattati con molta attenzione e scrupolo esclusivamente da esperti in materia e nelle dovute sedi. Faccio un esempio capitato tre giorni fa, che a mio avviso è emblema del ragionamento che sto portando avanti, argomentandolo con fatti realmente accaduti. Ospite in studio a La vita in diretta, giovedì pomeriggio 11 ottobre, il medico legale Dalila Ranalletta, facente parte del pool difensivo di Bossetti, nel definire la traccia genetica che ha permesso alla magistratura di accertare la verità sul delitto, ha usato queste parole: “Traccia genetica pasticciata”. Nessuna rettifica o precisazione è seguita a tale fuorviante affermazione. Ecco, questo a mio avviso è un classico esempio di cattiva informazione data ai telespettatori, che poi a casa, con i propri strumenti intellettivi non sempre all’altezza della materia trattata, rielaborano e, lavorando di fantasia e facendo dietrologie, partoriscono pseudo verità su fatti ed argomenti che in realtà non conoscono. Se in un processo la strategia difensiva di un imputato punta a demolire la professionalità dei carabinieri del Ris, la buona fede di un pubblico ministero e dei giudici di due tribunali, infine quella della Corte di Cassazione, può esserci il rischio che parte della opinione pubblica e il popolo del web si sentano quasi autorizzati a schernire sui social chi rappresenta le istituzioni? Sono stati creati dei mostri. Da quando il nome di ‘Massimo Bossetti’ è stato iscritto nel registro degli indagati, si è letto di tutto sui social. La magistratura inquirente è stata insultata, bombardata di calunnie, minacciata. La pm Ruggeri ricevette anche una lettera minatoria contenente un proiettile. Ancora, su Facebook (ne ho visto uno proprio due giorni fa) si leggono post in cui del delitto di Yara Gambirasio viene accusata l’insegnante di ginnastica che la 13enne incontrò in palestra prima di sparire, sebbene la donna al tempo fosse stata indagata come atto dovuto (poi il fascicolo stralciato) e risultata estranea ai fatti, perché sì – anche se tanti non amano ricordarlo – furono battute tante piste investigative prima di arrivare a Bossetti, quattro anni dopo il delitto. E lo sappiamo tutti che sulla scena del crimine furono rinvenute formazioni pilifere di ignoti ed altre tracce di soggetti terzi; ciò non ha però mai inficiato il dato incontrovertibile che gli ‘innocentisti’ non vogliono accettare: Ignoto 1 – Massimo Bossetti era nel campo di Chignolo quando Yara (che lui ha sempre sostenuto di non avere mai visto in vita sua) veniva brutalmente ferita e abbandonata agonizzante. La sua traccia genetica mista a quella della ragazza non può che significare interazione tra vittima e carnefice. Questo il punto fermo sul quale ha ruotato l’inchiesta granitica della Procura e che tre sentenze hanno sposato in toto. “Mamma, la scienza non sbaglia!”, fu proprio Bossetti, in preda all’ira, a dirlo a sua madre quando scoprì di essere il figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni. Per poi però mettere in discussione quella stessa traccia, attendibile a suo dire solo nella parte in cui lo identificava quale figlio biologico di Guerinoni ma non assassino di Yara. Una goffa contraddizione, la sua, figlia di un atteggiamento infantile che si è sempre limitato esclusivamente a negare anche l’evidenza, senza argomentare. La giustezza dell’inchiesta genetica condotta dagli inquirenti è data proprio dal fatto che ha portato a lui. Se errori fossero stati commessi nell’iter procedurale, come la difesa sostiene, mai si sarebbe scoperto, prima di arrivare a Bossetti, che sua madre era Ester Arzuffi (anch’essa ignota alla magistratura prima che si iniziasse il prelievo del Dna delle donne della bergamasca alla ricerca del mitocondriale di Ignoto 1) e che la donna 44anni anni prima concepì segretamente due figli gemelli con Giuseppe Guerinoni. Se l’errore di identificazione Ignoto 1-Bossetti fosse davvero stato commesso, noi oggi non conosceremmo, appunto, Massimo Bossetti. Ma tutti i tasselli raccolti dalla Procura prima di sapere della esistenza del muratore, una volta trovata la sua identità sono andati al loro posto. Sono stati incasellati alla perfezione in un puzzle investigativo che alla vigilia del 16 giugno 2014, giorno in cui l’uomo fu arrestato, è diventato improvvisamente chiaro, decifrato, facendo balzare agli occhi la verità. Si è indagato contro ignoti – repetita iuvant – non contro Massimo Bossetti che, dunque, non è vittima di alcuna cospirazione.

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Perché negli spazi televisivi dedicati al caso Yara non è stato mai davvero spiegato quali sono le prerogative di un giudice al quale in un processo la difesa di un imputato chiede sia disposta una super perizia? Trattasi di un “accertamento ulteriore” che viene concesso solo se il giudice reputa insufficienti le prove raccolte dalla Procura fino a quel momento; solo se, appunto, esistono dei dubbi circa la attendibilità della prova formatasi al processo, che in tal caso necessita di maggiori approfondimenti e che, nel caso in oggetto, non ci sono mai stati. Non ebbe dubbi la Procura di Bergamo quando incriminò Bossetti, non li ha avuti la Corte di Bergamo che lo ha condannato in primo in grado all’ergastolo, né quella d’Assise di Brescia che ha confermato la condanna in secondo grado, né ieri la Cassazione. Se si giudicano i dati oggettivi emersi dall’inchiesta, armati di logica e scevri da ogni preconcetto, non possono sorgere dubbi circa il risultato giusto di questa immensa indagine genetica. Ecco perché la tanto chiacchierata ‘super perizia sul Dna’ non è stata concessa all’imputato: perché tutti i giudici chiamati ad esprimersi sulla sua legittimità non hanno mai avuto alcun dubbio circa la veridicità del modus operandi dei Ris e il rigore morale con cui gli inquirenti hanno lavorato in tutti questi anni per il raggiungimento della verità. Quella perizia non sarebbe stata concessa, a mio avviso, nemmeno se ci fosse stato tanto altro materiale a disposizione. Poiché i motivi del suo diniego non afferiscono alla disponibilità della traccia in sé. Perché dunque fare passare in tv il concetto che la perizia in oggetto non è stata concessa perché qualcuno vorrebbe ‘rovinare’, incastrare, Bossetti? “La facciano fare per eliminare ogni dubbio”, scrivono inferociti gli innocentisti sui social. Chiariamolo una volta per tutte: il giudice non può e non deve concedere una super perizia allo scopo di soddisfare le richieste degli utenti in rete (molti dei quali ancora nemmeno sanno distinguere tra Dna mitocondriale e nucleare) che non sono convinti della colpevolezza di un imputato, né possono ambire a convincere l’opinione pubblica tutta della giustezza del proprio operato. Un giudice deve rendere conto a se stesso e alla sua coscienza, fa questa scelta solo se nutre dei dubbi personali da fugare prima di emettere una sentenza, e nel caso di specie (processo Bossetti) i giudici non ne hanno mai avuti. Ci si limiti ad esternare un parere – anche contrario ad una sentenza, la libertà d’espressione non è vietata a nessuno – senza però calunniare le procure ed i magistrati, si conservi il rispetto per le istituzioni. E invece assistiamo puntualmente ad invettive social, spesso sgrammaticate, contro la magistratura, esperti genetisti e criminologi chiamati a svolgere il proprio lavoro. Fermo restando che è possibile sbagliare, dire però che tutti i tribunali hanno sbagliato, che i Ris hanno sbagliato, così pure la Procura, e che anche la Corte di Cassazione ha commesso lo stesso errore degli organi preposti ad esprimersi in precedenza, beh, lo trovo un atteggiamento quanto meno supponente. Tutta la mia solidarietà va a colleghi, esperti periti e giuristi interpellati in questi anni dai mezzi di stampa, che spesso per avere semplicemente espresso la propria posizione in merito alla (fino a ieri solo presunta) colpevolezza di Massimo Bossetti, si sono visti vomitare addosso ogni tipo di ingiuria, minaccia via web ed intimidazione da parte della ‘tifoseria’ innocentista convinta che Massimo Bossetti sia caduto in una trappola tesagli dalla magistratura italiana. Di questo circo mediatico, ora che le luci sul macabro ‘spettacolo’ di Brembate si sono finalmente spente, resterà l’eco dei ‘tifosi’ pro Bossetti che ieri dal carcere di Bergamo, a conoscenza del fatto che fuori stazionava un inviato di Quarto Grado, hanno gridato ogni tipo di ingiuria contro le istituzioni italiane, infangando la magistratura tutta con fischi e urla da stadio di cui non avevamo bisogno. Scene non degne di uno stato civile, cui non dovremmo mai più assistere.

silvia brena.

 

 

 

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