in

Quota 100: un dono o una dannazione?

Dare alle persone la possibilità di andare in pensione a 62 anni è stata una delle più importanti “conquiste” del governo giallo-verde e in particolare della Lega. Il recente Documento di Economia e Finanza ha confermato che non sarà abolito per i prossimi anni, anche perché – come affermano alcuni ministri – non si possono stravolgere le regole ad ogni cambio di governo. Cosa che produrrebbe incertezza e ansia presso i futuri pensionati e attuali lavoratori.

Ma vediamo se è stata veramente una conquista

Dal punto di vista pensionistico e fiscale è stata una mossa molto pericolosa. Ha messo in seri problemi l’INPS e il suo ex presidente, Boeri, che ha cercato di chiarirne le conseguenze, per poi essere congedato all’inizio di quest’anno. Ha messo a dura prova il nostro rapporto con l’ Unione Europa che ha solo preteso che l’ Italia rispettasse gli accordi presi in passato. Ha messo in difficoltà molte istituzioni, in particolare la sanità e quella universitaria, dove persone con tanta esperienza hanno avuto la possibilità di andare via, lasciando grande lacune nei servizi da esse erogati. Ciò anche a causa di una cattiva politica di formazione nei confronti delle nuove leve, che spesso non sono sostenute da borse di studio e adeguati percorsi di praticantato al fianco dei più anziani ed esperti.

Il beneficio di questa mossa non è per niente evidente. Prima di tutto, non è chiaro se mandado via la gente anziana si creino davvero posti di lavoro per i giovani. L’economia Italiana è dominata da piccole e medie imprese coinvolte in attività agricole, manifatturiere e nell’erogazione di servizi di eccellenza – dal vino, alle Ferrari e Lamborghini, alla moda. In questi settori la conoscenza, l’ esperienza e la rete di conoscenze sono di assoluta importanza.

Ma, a parte i pro e contro finanziari ed economici, è importante analizzarne l’impatto sulla psicologia delle persone e sul loro livello di benessere. Per molte persone, lavorare non è una condanna. Il lavoro dà senso e struttura alla vita. Mantiene attivi corpo e mente. Crea un vita sociale e un senso di appartenenza.

Un poeta dice:

“Quando lavorate siete un flauto attraverso il quale il sussurro del tempo si trasforma in musica. Chi di voi vorrebbe essere una canna silenziosa e muta quando tutte le altre cantano all’unisono?”

E continua:

“Sempre vi è stato detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura. Ma io vi dico che quando lavorate esaudite una parte del sogno più remoto della terra, che vi fu dato in sorte quando il sogno stesso ebbe origine. Vivendo delle vostre fatiche, voi amate in verità la vita”.

Gli Italiani in generale sono stati saggi. I dati recenti, infatti, indicano che tanti di loro, pur avendone il diritto, non sono pronti a mettersi da parte. Dati alla mano, le domande di pensione sono state meno del previsto. Un recente studio condotto dalla CGIL conclude che Quota 100 coinvolgerà solo un terzo delle persone previste dal governo, intorno alle 300.000, invece di quasi un milione stimato dal governo.

Ma bisogna continuare a incentivare le persone a lavorare più a lungo? Assolutamente si. È essenziale per il benessere dell’ economia, della società, e delle persone. Ovviamente, questo discorso resta valido per tutti coloro i quali abbiano la fortuna di svolgere lavori e professioni non usuranti, nei quali gli elementi determinanti per il loro svolgimento siano l’alto valore intellettuale e la creatività: scrittore, giornalista, scienziato, programmatore, artista, insegnante universitario ecc. Mentre per tutti gli altri lavori cosiddetti usuranti e ripetitivi – quali il muratore, l’operaio ecc.- che richiedono sforzo fisico costante e logorante, il discorso cambia ed è giusto consentire il ritiro a un’età non troppo avanzata.

come riscattare gli anni di studio all'Università

Un recente studio svolto dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) su un club di paesi ricchi, rivela che la percentuale di persone over 65 nella popolazione adulta (oltre i 15 anni) aumenterà dal 20% a quasi il 30% entro il 2050. Con sempre meno giovani nella popolazione è critico che gli anziani continuino a lavorare per evitare un crollo degli standard di vita. Ma è anche vero che lavorare crea una rete sociale. Un recente sondaggio svolto in Gran Bretagna su persone che sono andate in pensione a 62 anni, rivela che molte di loro pensano di aver lasciato il lavoro “troppo presto” e un terzo ritiene di essere ormai annoiato e senza motivazione. Grandi progetti di “cose che farò una volta che vado in pensione” normalmente durano uno o due anni. Spesso, dopo sopraggiungono solamente mancanza di autostima e depressione. Generalmente gli uomini, che sono più legati al mondo del lavoro e ai suoi rapporti gerarchici, sono più soggetti a questi fenomeni, a meno che non abbiano sviluppato e coltivato altri interessi già durante la carriera lavorativa, i quali, una volta in pensione, troverebbero tempo e modi per essere seguiti.

Ma per continuare a lavorare è essenziale creare lavoro per gli anziani in modo produttivo e gratificante. Il primo passo, seguito da molti paesi, è di incentivare una carriera lavorativa più lunga. In Italia, sarebbe meglio togliere Quota 100, ma visto l’ impossibilità politica di farlo, bisogna incentivare una carriera più lunga con altri mezzi e, soprattutto, rimuovere gli ostacoli per i neo-pensionati a tornare a lavorare. Per farlo ci vuole lo sforzo del governo, delle ditte e delle stesse persone interessate.

Da parte del governo, prima di tutto, bisogna togliere il divieto di lavorare per coloro che si sono ritirati con Quota 100. Non c’è nessuna logica in questo divieto. In più, spesso capita che le ditte trovino il modo di aggirare questa regola, per esempio stipulando un contratto falso – a nome di moglie/marito/figlio – che poi permette al neo-pensionato che poi continua a lavorare. Secondo, bisogna togliere l’obbligo di contribuire all’INPS. L’INPS è un fondo pensionistico al quale i lavoratori contribuiscono per avere un’ eventuale pensione. Per uno che ha già una pensione, e una certa età, non ha alcun senso versare contributi obbligatori a tale ente.

Allo stesso tempo, le aziende debbono investire di più negli anziani. È vero che hanno molto da offrire in termini di esperienza e conoscenze, ma hanno anche grosse lacune. Lo studio dell’OCSE trova che al momento un terzo delle persone tra i 55 e i 65 anni non hanno conoscenze o esperienza nell’uso del computer e nell’informatica di base, e solo il 10% possiede buone capacità di risolvere problemi tecnici. Le aziende dovrebbero colmare tali lacune tramite aggiornamenti e corsi di formazione e, forse, il governo potrebbe aiutare o incentivare a farlo.

Allo stesso tempo, gli anziani debbono essere pronti a essere flessibili per quanto riguarda salari e ricompense che sono disposti ad accettare. La convenzione sociale è che la retribuzione salga sempre con l’avanzare dell’ età. Per questo spesso gli anziani non accettano lavori che sono al di sotto del loro rango, preferendo, così, restare inattivi.

Gli autori

Marcello Caruso è uno scrittore e giornalista indipendente che vive a Scauri (LT).

Daud Khan vive tra Pakistan e Italia.  Ha studiato al London School of Economics, l’Università di Oxford e all’Imperial College of Science and Technology di Londra. Ha lavorato per 25 anni alla FAO.

Taylor Mega Instagram sotto la maglietta non c’è nulla: «Bellezza da capogiro»

Ariadna Romero Instagram, maglietta aderente senza reggiseno: «Che panorama!»