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Ragazzi cutter, quando il disagio giovanile assume la forma dell’autolesionismo

Agiscono in modo silente, si fanno del male in totale solitudine e sono abili nel nasconderlo a chi li circonda. Fanno dell’autolesionismo l’unico modo per sentirsi vivi, per dire a se stessi che ci sono, che hanno una fisicità, un corpo da ‘segnare’ indelebilmente, un teatro di guerra dove imprimere il ricordo – con una cicatrice – delle proprie battaglie esistenziali, che spesso temono di non sapere affrontare né tanto meno vincere.Cutting

Sono i ragazzi “cutter”, ossia coloro che si tagliano cosce, braccia, ventre, caviglie con un taglierino, un vetro, delle forbici. Tutti punti ‘strategici’ facilmente occultabili dagli indumenti. Ecco il nuovo triste volto che va assumendo il disagio giovanile e adolescenziale in Italia. Perché diventare adulti è difficile, ci si sente fagocitati dalle responsabilità, lasciati soli da genitori troppo distratti e per questo in balia della società, dei giudizi altrui, dell’individualismo dilagante che non lascia spazio ad una vera e autentica socialità, se non al suo surrogato, nei Social Network. La paura di non essere accettati dal gruppo è tanta, e tagliarsi allora acquisisce per loro un significato simbolico, diventa un segno di appartenenza a qualcosa. Non si tratta, quindi, di una forma di esibizionismo che cerca solo di attirare l’attenzione degli adulti; in quelle cicatrici si cela un messaggio ben più profondo, più eloquente di molte parole che non trovano più spazio all’interno di molte famiglie dove regna l’incomunicabilità. Il disagio sociale innesca nei più giovani la necessità di sfogare il proprio stress facendosi del male, e riuscire così a placarlo momentaneamente. Sbaglia chi, superficialmente, giudica questi dei segnali plateali che preannunciano un tentato suicidio. Il ragazzo che si autolesiona in realtà vuole vivere, ma non sa come riuscirci.

Il fenomeno del “cutting” sta diventando sempre più preoccupante, visti i suoi numeri allarmanti. Da una recente indagine effettuata su un campione di ragazzi tra i 13 e 18 anni provenienti da Bari, Messina, Perugia e Bologna, infatti, è emerso che sono 150 mila gli adolescenti che si infliggono punizioni corporali per manifestare il proprio disagio. E le famiglie che fanno? Spaesate e attonite, non conoscono il modo giusto di affrontare il problema. Esperti psichiatri e psicologi, tuttavia, consigliano il dialogo e la pazienza quali unici possibili metodi in grado di attutire il dolore di questi ragazzi, bisognosi di essere ascoltati, non giudicati.

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