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Referendum 4 dicembre: sì o no? Ecco cosa cambia nel mondo del lavoro

Referendum 4 dicembre, sì o no? Ma, soprattutto, cosa cambierebbe nel mondo del lavoro qualora gli italiani decidessero per la revisione costituzionale? In questo articolo vi spieghiamo le modifiche che verrebbero apportate con un “sì” al referendum e quali sarebbero le conseguenze.

Se abbiamo già approfondito il parere dell’imprenditoria italiana nonché di buona parte del mondo della cultura, è anche più che mai fondamentale soffermarsi su quali saranno i cambiamenti nel mondo del lavoro qualora dovesse vincere il “sì” al referendum costituzionale che si terrà domenica. Iniziamo quindi con il dire che lo scopo principale del referendum è quello di ottenere un apparato statale più “snello”, fattore che andrebbe inevitabilmente a favorire l’economia. Ma cosa succede per il lavoro? La proposta di revisione costituzionale prevede innanzitutto l’abolizione del CnelConsiglio Nazionale per l’economia e il lavoro, l’organo che – composto da 65 consiglieri – si occupa attualmente di esprimersi sulle leggi in materia di lavoro ed economia. L’abrogazione di questo organo sarà diretta conseguenza dello “smantellamento” dell’articolo 99 che ne regola le responsabilità e le prerogative.

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I cambiamenti più sostanziali avverranno però con la modifica del Titolo V, già materia di un precedente referendum. In particolare si torna ora a parlare di una centralizzazione dello Stato, motivo per cui quest’ultimo – qualora vincesse il sì – avrebbe legislazione esclusiva anche in materia di previdenza sociale e professioni. “Nel nuovo testo allo Stato è riconosciuta potestà legislativa esclusiva sulla previdenza sociale, compresa previdenza complementare e integrativa, tutela e sicurezza del lavoro.” – dice su Vita Annamaria Parente, senatrice Pd che ha promosso la rete nazionale “Basta un Sì – per lo Sviluppo e il Lavoro” – “Allo Stato vanno anche le disposizioni generali e comuni sull’istruzione e formazione professionale, mentre l’organizzazione resta alla Regioni. E per la prima volta entrano in Costituzione le politiche attive del lavoro, sempre di competenza statale. Si tratta di un aspetto particolarmente importante, in primo luogo perché a queste ultime viene riconosciuto un ruolo costituzionale che fino ad oggi non avevano e in secondo luogo perché la partecipazione alle misure di attivazione (dai servizi di intermediazione alla formazione) diventa un diritto che lo Stato è tenuto a rendere esigibile su tutto il territorio nazionale”.

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