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Referendum costituzionale 2016: cosa cambia se vince il “Sì”

Il 4 dicembre 2016 gli italiani saranno chiamati a votare ed esprimere il loro parere sulla riforma della Carta Costituzionale designata dal governo presieduto da Matteo Renzi. Il testo della Riforma Renzi-Boschi è stato approvato dal Senato della Repubblica in seconda votazione, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, il 20 gennaio 2016, e dalla Camera dei deputati il 12 aprile, in seconda votazione, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, con 361 voti a favore, 7 contrari e 2 astenuti, ma per entrare in vigore necessita della decisione degli elettori.

Il Referendum costituzionale non è abrogativo e non è necessario il raggiungimento del quorum (non servirà dunque il 50% dei voti più uno e vincerà l’opzione Sì o No che ha ottenuto la maggioranza dei voti). La risposta che l’elettore è chiamato a dare ai quesiti è netta e secca: “Sì” per esprimere il favore alla Riforma, “No” per esprimere il proprio dissenso alla modifica della Carta Costituzionale.

Il contenuto della Riforma verte sui seguenti temi: disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione (riduzione autonomia delle regioni), come da Gazz. Uff. n. 88 del 15 aprile 2016. 

La Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, prevede il si basa sul Bicameralismo perfetto, ovvero l’approvazione di una legge solo se votata nello stesso identico testo (e sue eventuali modifiche) sia dalla Camera che dal Senato. Ebbene, il Referendum costituzionale propone in primis il superamento di questo sistema, apportando un ridimensionamento del ruolo del Senato.

Ecco di seguito alcuni contenuti del ddl Renzi-Boschi che si propone di modificare la Costituzione:

  • Senato ridotto da 315 a 100 membri, di cui 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 di nomina presidenziale;
  • Fine del bicameralismo perfetto, poiché solamente la Camera dei Deputati sarà titolare del rapporto di fiducia con il Governo e avrà il potere di indirizzo politico. Il Senato, invece, rappresenterà le istituzioni territoriali;
  • Fine della legislazione concorrente tra Stato e Regioni: al Senato resterebbe la legislazione esclusiva in politica estera, immigrazione, difesa, ordine pubblico, infrastrutture, tutela dell’ambiente e istruzione;
  • Abolizione del CNEL, Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, formato da 64 consiglieri che possono contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge;
  • La durata del mandato dei senatori coinciderà con quella prevista per il loro ruolo nelle istituzioni territoriali nelle quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi;
  • Nessuna indennità per i senatori, se non quella prevista per il loro ruolo di sindaci e consiglieri regionali;
  • Le due Camere eserciteranno entrambe, per alcune tipologie di leggi, la funzione legislativa. Si tratta nello specifico delle leggi costituzionali, per le minoranze linguistiche, referendum popolare, leggi elettorali, trattati Unione Europea e per quelle che riguardano i territori. Tutte le altre leggi saranno approvate solamente dalla Camera;
  • Per la dichiarazione dello stato di guerra sarà necessaria la maggioranza assoluta dei voti dei membri della Camera dei deputati;
  • Per le leggi di iniziativa parlamentare serviranno 150mila firme di contro alle 50mila attuali;
  • Introduzione dei referendum propositivi;
  • Modifica del quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica: per le prime votazioni serviranno i due terzi dei componenti, mentre per la quarta saranno sufficienti i tre quinti. Infine, dalla settima votazione in poi basteranno i tre quinti;
  • La Camera eleggerà 3 giudici della Corte Costituzionale, il Senato 2.

Il significato politico del Referendum: all’esito di questo Referendum è indissolubilmente legato il destino del governo Renzi, per suo stesso volere, dopo che circa un anno fa il presidente del Consiglio annunciò che, in caso di vittoria del ‘No’, si sarebbe dimesso da Premier ed avrebbe lasciato la politica. Renzi tuttavia negli ultimi tempi – visto l’esito non felice per il Partito Democratico alle elezioni amministrative dello scorso giugno – ha rivisto la sua posizione, annunciando il 22 agosto alla Versiliana che “Si vota nel 2018 comunque vada il referendum costituzionale”.

Molto contestata dai fautori del No la scelta del quesito unico che il Referendum porrà agli elettori: contenuti non omogenei ma assemblati in un solo testo, metteranno dunque l’elettore nella condizione di esprimersi o completamente a favore di tutto il testo della Riforma costituzionale o di respingerla per intero. Votando Sì, con la nuova legge elettorale in vigore  – l’Italicum, basato sul sistema proporzionale, soglia di sbarramento al 3% per tutti i partiti, circoscrizioni provinciali (si avrà una circoscrizione ogni 600.000 abitanti per un totale di 100), premio di maggioranza del 15% (al partito o coalizione che raggiunge il 40% dei voti) e doppio turno – a detta dei sostenitori del No non sarebbe garantita la sovranità popolare in quanto, dando alla lista di maggioranza relativa la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera, il ‘nuovo’ Senato con poteri ridimensionati darebbe al governo in carica il potere assoluto sull’unica aula con poteri effettivi, ovvero la Camera, aprendo così le porte ad una deriva autoritaria. Chi voterà No al referendum lo farà anche perché ritiene questa proposta di Riforma costituzionale illegittima, in quanto partorita da un parlamento eletto non dal popolo e salito al potere grazie ad una legge elettorale – il Porcellum – dichiarata incostituzionale.

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