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Referendum Trivelle: tutto ciò che dovresti sapere prima di votare il 17 Aprile

C’è un po’ di tutto nella pentola delle “trivellazioni” e nel calderone del Referendum: quello che a prima vista può sembrare un semplice quesito referendario, nasconde un contesto ben più infarcito di conseguenze. I due modi di pensare che si affronteranno il 17 Aprile sono l’estrema conseguenza di una politica energetica finora zoppa. Ma facciamo un passo indietro. E’ doveroso concentrarci su un evento. Siamo a Parigi, è il 29 Novembre e ci troviamo alla Conferenza mondiale dell’Onu sul Clima. In quell’occasione i leader dei più importanti paesi della terra decidono, almeno a livello di dichiarazioni, di fare un passo incontro al pianeta. No, non stiamo parlando di rivoluzioni verdi o di miracoli puliti, stiamo parlando di un passo: fragile, tentennante, incerto eppure un passo. Colossi come India e Cina, cominciano a rendersi conto che forse lo sviluppo deve essere accompagnato dalla parola sostenibile.

Adesso ci spostiamo in Italia e cominciamo il nostro viaggio sulle Trivelle. La prima tappa riguarda la data. Ebbene si, perché anche la data ha una sua valenza. Non è semplice portare i cittadini alle urne, la riprova viene dalle ultime elezioni, quando c’è stata una vera e propria dispersione di voti. E’ ancora più difficile portare i cittadini alle consultazioni se non sono interessati al tema (piemontesi e lombardi saranno più indifferenti alle trivelle rispetto ad un romagnolo). In questo senso andava la proposta di accorpare il voto referendario con quello delle amministrative. Questo avrebbe avuto la doppia funzione di stimolare l’opinione e risparmiare i soldi necessari per mettere in piedi due volte il circo del voto. Questa proposta non ha mai visto la luce, anche se furono consegnati al Presidente Mattarella oltre 65.000 firme. Ma cosa succederà il 17 Aprile? Quali sono gli schieramenti e la logica che li muove? Da una parte troviamo l’opinione di chi crede che i giacimenti siano fatti per essere utilizzati. Semplice, banale, ma accettabile. L’Italia ha poche risorse energetiche, è giusto sfruttare quelle che ha. Poi abbiamo l’altra faccia della medaglia. Abbiamo coloro che credono che sia il momento di dare una svolta alle scelte del Paese sulle rinnovabili. Nel foglio non troverete tutto ciò. Il quesito è tecnicamente improntato e specifico sulla durata delle concessioni attive all’interno delle 12  miglia dalla costa, ma è evidente che dalle urne uscirà molto di più. Ma non è tutta etica quella che luccica, a muovere la giostra c’è soprattutto il gioco degli interessi: locali, ma anche nazionali.

I Presidenti di Regione di Puglia e Veneto, ma non solo loro, hanno spiegato più volte come la trivellazione non porti alcun guadagno ai loro territori, ma anzi vada ad intaccare il settore turistico ed ittico. A proposito di quest’ultimo: è di pochi giorni fa la notizia di un carico da 7 mila quintali di cozze raccolte dai piloni di piattaforme off-shore ed immesse nel mercato. Niente paura ribatte l’ENI, quei territori sono controllati periodicamente delle capitanerie di porto, delle Arpa competenti, di Ispra e Cnr-Ismar. Detto tutto ciò resta la domanda fondamentale: quanto petrolio possiede l’Italia? Vi sconvolgerà la risposta. Secondo la Sen (Strategia energetica nazionale) aumentando del 148% l’estrazione di greggio, le riserve nazionali si esaurirebbero in 10 anni. Legambiente ci va ancora più pesante: se utilizassimo solo il petrolio nazionale, le riserve nascoste sotto i fondali marini finirebbero in 50 giorni. Parliamo quindi di spiccioli nel mare magnum del mercato del greggio.

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