in ,

Reinhold Hanning, SS di Auschwitz, è morto a 95 anni: la storia di uomo colpevole e banalmente “normale”

Il Sergente delle Schutzstaffel Reinhold Hanning è morto lo scorso lunedì, 30 maggio a Berlino, la notizia è stata diffusa dal suo legale Andreas Scharmer senza rilasciare alcuna informazione aggiuntiva. L’uomo aveva 95 anni, era stato condannato nel 2016 – nell’ambito di un processo che finì inevitabilmente per far parlare stampa e opinione pubblica – per il concorso in omicidio di circa 170 mila persone. La condanna a 5 anni di prigione non è stata applicata in quanto il suo legale stava lavorando al ricorso in appello. L’uomo, a soli 18 anni, si arruolò volontariamente fra le truppe naziste e ricoprì il ruolo di guardia all’interno del campo di concentramento di Auschwitz tra il 1942 e il 1944. E’ stata inoltre accertata la presenza di Reinhold Hanning durante la cosiddetta “Operazione Ungheria” in cui circa 425.000 ebrei ungheresi furono vittima di esecuzioni di massa, altri convogliati presso le camere a gas e, altri ancora, lasciati a morire di stenti. Lo racconta efficacemente il libro di Danuta Czech “Kalendarium“, ricercatrice del Museo statale di Auschwitz edito nel 2007: durante questa operazione i tedeschi diedero il meglio della loro “efficienza” smaltendo velocemente grosse quantità di deportati al giorno.

La Czech svela alcuni meccanismi psicologici messi in atto dalle SS per  annichilire con più facilità le prigioniere donne durante quel periodo: “Riferiscono che nel settore BIII, Messico, quasi 50.000 ebree ungheresi sono rimaste nude per due mesi. Che si neghino loro non solo capi di abbigliamento, ma anche biancheria, non dipende da una carenza di vestiti nel lager, perchè i magazzini del campo effetti, Canada, sono pieni dei beni rapinati ai prigionieri ebrei destinanti all’annientamento. Molto probabile che la cosa dipenda dalla volontà delle SS di terrorizzare psichicamente le donne giovani e sane presenti nel lager in numero relativamente elevato e che rappresentano una minaccia potenziale per la sicurezza, dato che nudi gli esseri umani, e in particolare le donne, si sentono inermi e diventano così incapaci di opporre resistenza.” Altro particolare agghiacciante relativo all‘Operazione Ungheria – alla quale Hanning collaborò attivamente – lo ha raccontato Leo Schwarzbaum, prigioniero sopravvissuto: “Le guardie sparavano attraverso i recinti e i prigionieri chiedevano un po’ d’acqua mentre venivano trasferiti nelle camere a gas, senza sapere cosa stesse accadendo.” Hanning durante il processo – in cui si è sempre mostrato emotivamente provato – ha dichiarato: “Mi vergogno per aver permesso questa ingiustizia senza oppormi. Lo sento veramente. Ho taciuto per molto tempo. Ho taciuto per tutta la mia vita“. Nonostante ciò la sua difesa sostenne che la sola presenza di Hanning presso il campo non lo rendesse automaticamente responsabile degli omicidi. I Pm al contrario chiesero la condanna sostenendo che l’imputato avesse la responsabilità di selezionare quali deportati potessero vivere, in quanto capaci di lavorare, e quali dovessero andare nelle camere a gas perché valutati inutili. Durante il processo si ascoltarono 57 sopravvissuti ad Auschwitz che raccontarono di una serie di torture e omicidi terribili, scosse particolarmente l’aula la testimonianza dell’impiccagione di un 16enne a causa di un furto di pane e il pestaggio a morte di uomo colpevole di aver perso sotto la doccia i propri occhiali. In tutte quelle circostanze Hanning evitò di incontrare lo sguardo degli ex deportati.

E si torna, inevitabilmente, alla grande intuizione di Hannah Arendt, che da giornalista assurse al ruolo di filosofa dopo aver assistito alle 120 sedute del processo Eichmann – fra i più spietati criminali nazisti – che dovette fare i conti con la normalità, banalità appunto, della personalità dell’imputato. Nessuno sguardo folle, nessun comportamento psicotico, nessuna traccia di patologia spinta in quel criminale: lontanissimo dal profilo di un serial killer “clinico”. Come è possibile essere responsabili della morte, della tortura, della segregazione di così tanti essere umani se non c’è follia? La prova del nove di questa teoria è presto trovata: è possibile, statisticamente, che centinaia di migliaia di SS fossero tutte mentalmente deviate? No. Si tratta – piuttosto – di individui mediocremente normali, incapaci di sviluppare un’etica personale e di difenderla. Il sistema dice loro che quelle vite non contano e loro non si pongono domande, accettano. Così uccidono senza rimorsi, sposando una causa che non è farina del loro sacco. Quante volte le persone riflettono sul fatto che qualcosa si legale, al posto che porsi la domanda “è eticamente corretto per me?” Ecco, la banalità del male è questa cosa qui. E siamo tutti a rischio, mentre ci scandalizziamo per i crimini di un anziano qualunque, che puoi incontrare al parco con il bastone, e mai diresti che ha sulla coscienza  170 mila persone. Probabilmente non ne aveva precisamente nemmeno lui la misura, finché la società ha cambiato registro spiegandogli che ciò che prima era legittimato e caldeggiato dalle istituzioni, ora risultava una atto deplorevole e criminale. Bisogna rimanere vigili e presenti a se stessi, sempre, perché è un attimo diventare un Reinhold Hanning qualunque, perché lui era precisamente il ritratto dell’uomo qualunque che può agire da mostro.

 

Quello che so di lei, recensione del film di Martin Provost con Catherine Deneuve

Non uccidere 2 cast, trama, episodi, puntate, attori: tutto sulla seconda stagione della Fiction Rai con Miriam Leone