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Renzi, Letta e la congiura dei pazzi

La mossa che oggi ha portato Matteo Renzi a chiedere la testa del Presidente del Consiglio e compagno di partito Enrico Letta è una di quelle che lasciano il segno, un segno ancora una volta rosso nella breve e finora tormentata storia del Partito Democratico.

Una mossa arrogante e da giocatore di poker quella di Matteo Renzi che ha comunque con sé il partito, con quei 136 voti a favore in Direzione che mettono in un angolo il dissenso interno. Ma è lo stesso partito, quel Partito Democratico che fino a pochi mesi fa invocava la democrazia interna e il dibattito tra le varie anime? E’ lo stesso partito che ora ha abdicato completamente a favore del suo ambizioso “leader”?

Si, leader e non più segretario: lo stato dell’arte piddino è tutto in questa definizione, utilizzata per Renzi assai più che per qualsiasi altro segretario in passato. Renzi con la sua visione proprietaria del partito vuole a tutti i costi Palazzo Chigi ora, anche senza elezioni, perché è convinto che così renderà più forte la sua leadership personale. Di concreto, programmatico c’è ben poco: e infatti quella battuta sul “derby caratteriale” con Letta contenuta nel discorso pronunciato alla Direzione di oggi la dice lunga.

Altro che “uscire dalla palude” come ha chiesto il sindaco di Firenze oggi alla Direzione del suo partito: l’Italia e il PD non c’entrano nulla! Questa sembra la congiura dei pazzi: pazzi per davvero, non i Pazzi che attentarono alla vita di Lorenzo il Magnifico nella Firenze rinascimentale.

Ma caro Matteo, a parte che ne avrai ben tre su cui sederti, abbiamo l’impressione che le tue poltrone nei prossimi mesi scotteranno e parecchio. Buona fortuna.

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