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Rogo Città della Scienza, la verità che nessuno (o quasi) vi dirà

Da un lato un Sud che si suicida (emerge sempre più probabile dalle indagini l’atto doloso). Dall’altro quello che è sempre pronto a rialzarsi nonostante i tanti colpi incassati, spesso sotto la cintola.

Il simbolo di una eccellenza ma anche quello di una politica (ormai storicamente) incapace di (voglio utilizzare un termine brutto ma che meglio riesce forse a far comprendere l’occasione persa) ‘strumentalizzare’ il genio partenopeo e campano e di porlo al suo servizio ed a quello dell’intera comunità e del Belpaese.

Una politica (ed allargo il cerchio a tutta la Campania) che è stata capace di costruire cattedrali nel deserto pare solo per recuperare i soldi dei finanziamenti pubblici e farli arrivare nelle tasche di determinate ditte. Senza avere ben preciso in mente a cosa, poi, si sarebbe dovuto destinare quel dispendio di risorse economiche. Cantieri finalizzati a se stessi.

Sarebbe bastato un minimo di lungimiranza ed i tanti (ormai strafamosi) cervelli fuggiti dalla Campania sarebbero potuti restarne al suo servizio. Si dirà che la Città della Scienza non rientra in queste fantomatiche ‘cattedrali nel deserto’, dato che dava lavoro a più di 160 persone e che vantava più di 350mila visitatori l’anno.

Citta della Scienza in Fiamme

 

E’ vero. Ma solo in parte. Perché, come ha spiegato su ‘Il Mattino’ il caporedattore Vittorio Del Tufo, esisteva sì la Città della Scienza. Ma era circondata dal nulla, se non da una promessa (ancora una volta della politica) mai mantenuta: “La cittadella del futuro di cui si sono riempiti la bocca, per anni, politici ed amministratori di ogni partito”.

Un’eccellenza circondata dal niente
(Il Mattino, 6/3/2013)
di Vittorio Del Tufo
Per prima cosa, le facce e le parole strozzate in gola di chi ci lavorava. Donne e uomini pieni di orgoglio che facevano i salti mortali per conservare il posto di lavoro, e guadagnavano una miseria, se ancora la guadagnavano: perché la crisi morde ogni angolo di questa terra ed era inimmaginabile che non presentasse il conto anche a una struttura nata – con quanta fatica, negli anni ’90 – con l’obiettivo di mettere le ali a un sogno.
Divulgare la scienza, spiegarla ai bambini, svelare a tutti il miracolo di un’idea, di un’intuizione, e illustrarne poi le applicazioni pratiche. Guadagnavano poco, ma erano ripagati dai volti stregati dei bambini, delle scolaresche provenienti da tutta Italia, che a bocca aperta guardavano il Planetario, l’Officina dei Piccoli, e dicevano: «Maestra, me lo spieghi di nuovo?, voglio capire…».
Ora che la mano di un pittore invisibile ha disegnato su queste facce, sui volti di chi ci lavorava, la scena di un naufragio, bisognerebbe chiedersi: sarebbe accaduto lo stesso se tutt’intorno, intorno a Città della Scienza, sulle macerie dell’ex area industriale, fosse cresciuta la cittadella del futuro di cui si sono riempiti la bocca, per anni, politici e amministratori di ogni partito e di ogni schieramento? Saremmo qui a contare i danni e a piangerci addosso se Città della Scienza non fosse rimasto, com’è rimasto, l’unico polo della cultura e della divulgazione scientifica, l’unica vera attrattiva turistica, l’unico fiore nel deserto di Bagnoli e dell’area Ovest?
Forse bisognerebbe dire, prima di ogni altra cosa, una semplice verità: che le fiamme – siano fiamme di camorra o di microcriminalità – divampano e si propagano quando non incontrano ostacoli né resistenza, e Città della Scienza, con i suoi 350mila visitatori all’anno, con i suoi 12mila metri quadrati di comunicazione interattiva andati in fumo, era diventato un avamposto isolato, una trincea abbandonata al volontariato di chi ci buttava il sangue ogni giorno, un presidio di cultura lasciato scelleratamente indifeso. Tutt’intorno, il deserto. Il vuoto di idee e di iniziative. La vergogna di una cittadella industriale che da venticinque anni non riesce a sostituire gli altoforni dell’ex Italsider con un solo segno di modernità. Che non riesce a inventarsi un futuro né a costruirlo.
Era diventato, questo colosso d’argilla ora incenerito, uno dei pochi presìdi scientifici di una città che non riesce a difendere i suoi tesori, siano essi biblioteche o scrigni d’arte e cultura; l’unico di una periferia occidentale lasciata marcire nell’incompiutezza delle scelte, nei ritardi biblici delle decisioni e nella scellerata politica dei veti incrociati.Chi ha voluto la morte di Città della Scienza vuole la morte della città, ma le fiamme si sono potute propagare e diffondere perché Città della Scienza era diventata ciò che non sarebbe mai dovuta diventare: un’eccellenza circondata dal niente, il simbolo della cultura abbandonata, una cattedrale nel deserto industriale e post-industriale di un quartiere che sembra vivere, e marcire, in un eterno limbo di irresolutezza e degrado. Ma ora, rimbocchiamoci le maniche e ricostruiamola, tutti insieme, questa cittadella sfregiata; perché la scienza e la cultura non possono e non devono bruciare: in nessun luogo del mondo, meno che mai a Napoli.

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INCENDIO A 'CITTA' DELLA SCIENZA' A NAPOLI

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