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Sacco e Vanzetti giustiziati innocenti, perché immigrati ingrati: se non sai chi erano, chiedilo!

Il secondo ad essere condotto alla sedia elettrica è stato Bartolomeo Vanzetti: piemontese di origini borghesi che aveva lasciato l’Italia nel 1908 non per fame, come quasi tutti gli altri migranti nostri connazionali, ma per cercare un realtà più evoluta e liberale. Ha trovato un processo farsa, un giudice che l’ha appellato come “bastardo anarchico“, un omicidio mai commesso e una sedia elettrica legalizzata che lo ha ammazzato il 23 agosto 1927 in quella che è una delle pagine più disgustose della giustizia statunitense. Immigrato, italiano, pacifista, anarchico e pure pescivendolo:  “muori pure, qualche porcheria per meritarti questa fine la devi aver fatta per forza“. Invece Vanzetti, così come il suo compagno di lotte Sacco, non aveva compiuto quella rapina con duplice omicidio che gli veniva imputata. Bartolomeo Vanzetti aveva più in comune con i giovani laureati ad Harvard che con i poveri diavoli con cui condivideva il ghetto italiano negli States: lettore incallito, idealista, pacifista, riformista, fomentatore di folle e naturalmente dotato di un carisma ipnotico. La sua nobiltà d’animo lo accompagna fino all’ultimo respiro, quando su quella sedia, come un Cristo (ma rigorosamente laico) dice a coloro che lo stanno per ammazzare: “Desidero dirvi, che sono innocente. Non ho commesso nessun delitto, ma qualche volta dei peccati, sì. Sono innocente di qualsiasi delitto, non solo di questo, ma di ogni delitto. Sono innocente. Desidero perdonare alcune persone per quello che mi hanno fatto“. Nemmeno un principe avrebbe avuto la classe di morire così, un migrante italiano l’ha fatto. 

Nicola Sacco aveva una moglie e due figli: Dante e Ines. Se Vanzetti è riuscito a trovare la forza di dare un senso postumo alla sua morte, in quel magnifico discorso pubblico pronunciato in seguito alla condanna a morte appena ufficializzata, il suo amico è stato investito dalla tragedia di una lotta processuale grottesca: Sacco sapeva che sarebbero stati condannati ancor prima dell’inizio di quel vergognoso processo politico che ignorò con precisione scientifica il marasma di prove che scagionavano i due anarchici immigrati. Nicola vedeva lo follia che imbrattava la realtà; Vanzetti era un idealista, ci ha provato fino alla fine, mentre Sacco era un padre e un marito, uomo più terreno e meno propenso alla speranza. Straziante la lettera che il pugliese scrive dal carcere al figlioletto in cui trova ancora la forza e la convinzione di insegnare al piccolo Dante che la condivisione con il prossimo fosse la sorgente della gioia. Ospedali psichiatrici lo accolgono quando il detenuto Celestino Madeiros confessa di essere l’autore della rapina e degli omicidi che vengono imputati ai due italiani. Nonostante le prove e quella piena confessione il giudice ignora i fatti e manda a morte i due migranti italiani. Per dare un segno. Per lanciare il messaggio a tutti quei poveracci che si permettono di “venire a casa nostra”, vi suona familiare come frase? e di essere pure pacifisti e anarchici. 

Nel 1977 gli Stati Uniti ammettono le proprie colpe e scagionano – con una sentenza postuma – Sacco e Vanzetti. Tornando, però, a quel 23 agosto 1927, un altro italiano destinato alla storia decide di dire la propria sui due anarchici pacifisti mandati a morte: è Al Capone che trovava corretta quella condanna a morte; come si poteva, diceva il boss, essere tanto irriconoscenti verso l’America? Come si poteva pensare di esserne suoi ospiti e non sposarne l’amore per la guerra, il capitalismo sfrenato e la rigorosa amministrazione inflessibile e mortale della giustizia? Dovevano morire, quei due poveracci ingrati, così aveva detto Al Capone. Oggi, a distanza di quasi novant’anni, chi ha perso? Perché i corpi muoiono comunque prima o poi, ma la storia resta e insegna, imbrattando con onte perenni i libri. Il grande sconfitto, umiliato e disprezzato, che nei secoli sarà preso ad esempio come incarnazione di razzismo, incompetenza e miseria umana è il giudice Webster Thayer. I sostenitori di Sacco e Vanzetti fuori dal carcere, che avevano visto le luci barcollare intuendo il momento in cui l’elettricità aveva dato la morte, issarono uno striscione che è diventato storia; la frase che il giudice Thayer si lasciò confidenzialmente sfuggire credendo di essere “fra amici” dopo aver condannato Bartolomeo e Nicola: “Hai visto che cosa gli ho fatto a quei due bastardi anarchici italiani, l’altro giorno?”

Quando scrivete su Facebook i vostri insulti basati su razza, orientamento sessuale e politico sarete i futuri Webster Thayer consegnati alla storia. Questa è la vostra condanna, perché il vostro male è banale. 

 

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