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Sequestro Silvia Romano in Kenya, è caccia aperta: conosciuta l’identità di uno dei tre rapitori

L’ipotesi di un sequestro a fini estorsivi si fa sempre più largo tra le piste seguite dagli investigatori dopo il rapimento della volontaria italiana Silvia Romano in Kenya. Sarebbero fiancheggiatori della cellula terroristica di Al Shaabab i 14 uomini arrestati nella giornata di ieri. E’ stato invece individuato e diffuso il nome dell’uomo più ricercato del Paese, si chiama Said Abdi Adan ed è la persona che potrebbe dare una svolta alle indagini sul rapimento di Silvia. Individuata anche l’abitazione da cui si presuppone fosse costantemente spiata durante gli ultimi giorni prima di essere rapita, la sera di martedì 22 novembre a Chakama a 80 km da Malindi, in Kenya.

Silvia Romano spiata prima del rapimento

Sabato scorso Said è arrivato a Chakama assieme a due complici per affittare una casa a pochi passi, nemmeno 20 metri, dalla sede dell’Ong Africa Milele, dove viveva e lavorava Silvia.
Non hanno mai messo piedi fuori dall’uscio – racconta Malik Gacambi il custode dello stabile – li vedevo ogni tanto alla finestra a masticare Miraa (radice oppiacea), ma quando è avvenuto il rapimento loro se n’erano già andati via. Ho consegnato i suoi documenti alla polizia”.
Molto probabile che il loro ruolo fosse quello di tenere sotto controllo la situazione, studiando ogni movimento della ventitreenne, tentando di valutare il momento propizio per agire. Ipotesi confermata dalle dichiarazioni rilasciate a caldo l’altro ieri dal capo della polizia locale Joseph Boinnet, che ha ricordato come gli Al Shaabab avessero fatto irruzione a colpo sicuro, affermando con sicurezza che sapevano che in quei giorni la ragazza si trovava in casa da sola. Said e i due complici hanno lasciato l’abitazione martedì pomeriggio, poche ore prima del rapimento di Silvia.
Sarebbero pervenuti, inoltre, dei documenti che comproverebbero un suo collegamento diretto in diverse azioni terroristiche perpetrate dagli Al Shaabab, nella contea di Kilifi, dal 2016. Prima di avviare qualsiasi trattativa, l’intelligence tenta di dare una risposta alla domanda fondamentale e più importante, setacciando il territorio alla ricerca della prova che la giovane sia in vita. Le ricerche di Silvia Romano si estendono oltre il fiume Tana, confermando le rivelazioni del testimone oculare del rapimento,  che aveva raccontato di aver visto il furgone dei sequestratori dirigersi verso quel corso d’acqua.

La famiglia dà lo stop ai giornalisti

La famiglia di Silvia si stringe nel proprio dolore richiedendo di non essere più contattata né avvicinata dai media. E’ intervenuta la sorella Giulia spiegando che i Romano non condivideranno più alcuna informazione finché Silvia non sarà ritornata sana e salva a casa, pregando inoltre la stampa di smetterla di cercare di contattarli mettendoli sotto i tanto odiati riflettori.

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