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In Siria c’è la guerra, anche se qualcuno l’ha dimenticato [VIDEO Intervista]

22/09/2015 12:30

Questo racconto nasce dalla necessità di ricordare che in Siria c’è una guerra, le cui conseguenze hanno appena cominciato a pesare sul mondo occidentale. Adham ha 30 anni, viene da Jisr ash-Shugu, cittadina siriana nel nord del Paese. A casa non può tornare, perché i suoi ideali ne fanno un nemico del Regime.

La guerra in Siria
In Siria, sostiene Adham, sulla scia dei movimenti di liberazione sorti nel nord Africa e in Medio Oriente, le proteste partirono quando a Dar’a, una città del sud, dei bambini scrissero sui muri che il regime era contro il popolo. Di conseguenza furono arrestati e torturati, con una disumanità allarmante. “Dovete dimenticare i vostri figli. Andate a casa e fatene altri”, disse il capo della polizia ai genitori che chiesero libertà per i ragazzi. Partirono inevitabilmente le manifestazioni contro Al-Assad. La più importante fu a Damasco il 15 marzo 2011. Quest’episodio, però, fu solo la scintilla che infiammò i siriani, dopo anni di soprusi e diritti calpestati. Le contestazioni proseguirono, espandendosi in tutto il Paese. Con i primi casi di diserzione dei soldati, insieme a quanti presero in mano le armi spontaneamente, questi movimenti di protesta cominciano ad essere difesi. In risposta alla brutalità del governo e alle vittime sempre più numerose, dai manifestanti nacquero quelli che tuttora sono considerati ribelli, in lotta contro i crimini di una Repubblica, che di fatto è una Dittatura. La situazione approdò presto ad un punto di non ritorno: per Bashar Al-Assad era legittimo l’uso della forza per sopprimere ribelli che destabilizzavano il Paese; per migliaia di siriani si trattava invece di difendere una libertà, forse mai conosciuta veramente, ma per cui si ritennero pronti a dare la vita. Da lì in poi la guerra civile – o meglio la Rivoluzione – entra nelle sue fasi più cruente: il governo non si fa scrupoli nell’utilizzare armi chimiche o carri armati. Il 29 giugno 2014 compare l’Isis: secondo Adham, una forza nata col compito di distogliere l’attenzione da Al-Assad e i crimini commessi da quest’uomo. L’Is sarebbe, infatti, attualmente guidato da fondamentalisti che lavorano e fanno gli interessi di altri Paesi, da cui arriverebbero i finanziamenti. E con la strategia mediatica utilizzata per mettere in risalto la pericolosità dello Stato Islamico per il mondo occidentale, si tace sulla realtà effettiva: la Siria è un Paese in cui convergono gli interessi di più nazioni, e per questo si lascia che la guerra vada avanti, che la situazione non venga risolta.Turchia, Iraq, Iran, Russia, Stati Uniti hanno tutti finalità diverse. Si finge di non sapere che gli interessi economici hanno un prezzo altissimo in termini di vite.

La soluzione può trovarsi, oggi, solo in un reale intervento a favore dei ribelli: un aiuto umanitario, militare e logistico. Il dittatore agli occhi del mondo si mostra come il presidente che vuole salvare il popolo dai terroristi, salvo poi lasciarli agire indisturbati. Il caos che questa nuova minaccia ha portato è qualcosa di utile per il regime, sempre più in difficoltà contro i rivoluzionari. Assad e l’Isis sono due facce della stessa medaglia.

Il serpente non si uccide tagliando la coda, ma tagliando la testa. Quella testa è Bashar Al-Assad. Caduto lui la Siria potrebbe essere salvata in pochi mesi. L’ISIS non è forte veramente“.

La storia di Adham Kahlawi
È il 2007 quando Adham si laurea in economia nella rinomata Università di Aleppo, con una specializzazione in informatica e statistica. Primo del suo corso ottiene un posto di lavoro nella facoltà, e una borsa di studio all’estero per svolgere il dottorato. Conseguito il titolo sarebbe diventato – giovanissimo – professore ordinario, avviando una promettente carriera accademica. Nel dicemebre 2010 decide finalmente di partire, e sceglie Firenze per completare i suoi studi. Tutto questo accadeva all’alba della “Primavera Siriana”. Jisr ash-Shugu, allo scoppio dei primi disordini, è uno dei centri in cui le manifestazioni hanno una certa consistenza, rischiando di allargare il movimento di protesta, e per questo è attaccata dai soldati del regime. Gli abitanti tentarono in quell’occasione, disperatamente, la via della fuga, ma se non fosse stato per il colonnello Harmoush, ciò non sarebbe stato possibile. A sorpresa, infatti, quest’uomo diserta e con un pugno di uomini, dopo aver diviso l’esercito, riesce a dare il tempo alla popolazione di lasciare quello che sarebbe diventato un cimitero. I suoi genitori sono tra quelle persone, e in preda al panico lasciano la città. Passano i mesi, le notizie della famiglia stentano ad arrivare, e i manifestanti, supportati dai tanti soldati che non accettano di sparare sul popolo, cominciano a formare il fronte rivoluzionario. Le vittime si intensificano, Al-Assad non esita nell’autorizzare arresti, esecuzioni e condanne. Adham decide di non poter rimanere insensibile: comincia a cercare chi, come lui, pur lontano da casa non vuole rimanere in silenzio. Riesce ad organizzare una manifestazione a Roma, la prima in italia, e nel 2011, davanti l’ambasciata siriana, per qualche ora nella capitale si alza il grido di protesta contro un regime che opprime una nazione intera. E’ questo l’inizio di un percorso che lo porta ad avere un ruolo sempre più attivo in presentazioni e conferenze scolastiche, mirate a sensibilizzare, a cominciare dai giovani, riguardo la situazione del suo Paese. Il 17 marzo 2012, a circa un anno dalla prima contestazione per le strade di Damasco, si svolge in Piazza Duomo a Firenze un’immensa manifestazione, di cui Adham oltre che fervido partecipante, è anche coordinatore principale. In Siria, intanto, si può parlare senza giri di parole, di guerra civile.

L’impegno come attivista viene affiancato allo studio per il dottorato: è ancora quella, dopotutto, la sua strada. Siamo nel maggio 2013, però, quando la famiglia, con cui cercava di mantenere i contatti, riesce miracolosamente a scampare ad un bombardamento presso la casa di campagna in cui si era rifugiata. La bomba cade nella parte dell’abitazione in quel momento non  occupata. La madre, il padre, il fratello e i tre nipoti di Adham si salvano: rimangono illesi in uno dei raid aerei che il regime autorizza contro le milizie dei ribelli nella regione. La distinzione tra civili e non è di poca rilevanza, tutti possono essere potenziali rivoluzionari. Dopo il fatto i familiari si trasferiscono in Turchia, in un campo di rifugiati, dove tuttora vivono. A pochi mesi di distanza il governo attua una serie di cambiamenti nell’ordinamento universitario, riguardanti il trattamento degli studenti all’estero. Per ricevere i soldi di una borsa di studio un membro della famiglia deve recarsi personalmente all’università. Un sistema questo che permette un miglior controllo statale sui finanziamenti concessi. Adham nonostante il padre si dica disponibile, rifiuta e rinuncia al denaro che gli spetta. La Siria è diventata troppo pericolosa e non vuole rischiare che i suoi siano identificati come genitori di un manifestante: il suo nome, infatti, è arrivato all’orecchio del regime. Nel gennaio 2014 si reca in Turchia per dieci giorni e dopo quattro anni rivede la famiglia e la fidanzata, con la quale ufficializza, in previsione del matrimonio. Ad aprile si sposa con Fatemah, a distanza, e per sicurezza le fa lasciare la Siria. Anche lei attualmente si trova in Turchia.

Il 26 marzo 2014 – una data emblematica – riceve un messaggio tramite l’ambasciata dall’Università: “Adham Kahlawi è licenziato dalla facoltà di economia di Aleppo perché ha danneggiato la reputazione della Siria in Italia”. Una decisione irrevocabile imposta dalla polizia segreta su ordine del Governo. La borsa di studio è annullata, la cattedra da professore riassegnata e la carriera di un ragazzo promettente, stroncata. Ufficialmente nemico dello stato siriano, se tornasse in patria, non appena individuato, sarebbe arrestato.

Oggi Adham sta continuando il dottorato, tra difficoltà burocratiche e un futuro incerto. Cerca da mesi di sistemare le carte necessarie per far si che la moglie possa raggiungerlo in Italia, ma la vede dura ed è convinto che i tempi si allungheranno. Lavora a Ponte Vecchio per pagarsi gli studi perché i soldi non arrivano più come una volta. In quella terra che ama, e non vede da 5 anni, ha perso diversi amici nell’ultimo periodo, mentre continua a battersi in una guerra forse peggiore di quella fatta con le armi in mano: la guerra contro il silenzio, contro chi sceglie di ignorare. E’ vicepresidente della comunità araba-toscana, tesoriere di quella nazionale e vola in giro per l’Europa, quando può, per cercare di formare un gruppo internazionale che possa farsi notare. L’Italia gli ha concesso asilo politico, perché il passaporto è scaduto e il regime non permette di rinnovarlo. Appena 4 mesi fa suo padre, tornato in una zona liberata, ha evitato per una manciata di minuti una bomba caduta all’improvviso in mezzo al mercato cittadino: 60 morti. Era andato a comprare le zucchine per il pranzo, come si fa dovunque. Solo che in Siria piovono le bombe, dovunque.

I numeri della catastrofe
Su una popolazione di 23 milioni: quasi 400.000 i morti identificati; 8 milioni gli sfollati che vivono alla giornata, spostandosi di luogo in luogo, all’interno della Siria; 4 milioni e mezzo gli emigrati, 2 milioni nella sola Turchia e 1.3 in Libano; 240 mila feriti o mutilati, a fronte di 80 mila medici deceduti. L’indice di sviluppo umano ha fatto un salto indietro di 35 anni.

In questi giorni l’Occidente ha avuto la conferma che i problemi del Medio Oriente non sono così lontani, e un conflitto come questo, troppo spesso dimenticato, ha infine portato le sue conseguenze.”Non sono servite le belle parole fino adesso, non serviranno domani. Se non si interverrà sul serio la guerra andrà avanti a lungo“. E finché sarà così Adham Kahlawi, siriano che in Siria non può tornare, si batterà contro la disinformazione e l’ipocrisia, perché il mondo, prima o poi, apra gli occhi.

 

photo creditsAlexandre Rotenberg/Shutterstock.com