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Smart working migliora la competitività: PMI ancora troppo tradizionaliste

Società e business stanno cambiando: oggi il progresso tecnologico è vorticoso, il ciclo di vita dei prodotti estremamente breve, le imprese si sono adattate alla globalizzazione intensificando la propria aggressività, mentre  l’ipercompetizione richiede ai lavoratori ritmi sempre più frenetici. In questo quadro, incorniciato dalla crisi economica, l’erosione dei vantaggi competitivi è rapida e le aziende devono sapersi adattare in fretta per poter sopravvivere

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Gli Stati Uniti hanno, per primi, dato il via alla ristrutturazione dei modelli organizzativi e, accanto al rinnovo delle infrastrutture tecnologiche, si è sviluppato un nuovo modo di pensare i concetti di ufficio e lavoratore. Si è così diffuso, a livello globale, lo smart working, espressione dell’efficacia e della flessibilità garantite dai nuovi strumenti tecnologici di comunicazione, che si traduce in un immediato vantaggio economico per imprese e dipendenti. Si tratta di un approccio innovativo che  sfrutta i nuovi dispositivi tecnologici e le opportunità offerte dal telelavoro: i benefici immediati riguardano l’incremento della produttività aziendale, l’ottimizzazione degli spazi, la riduzione della fascia oraria lavorativa dei dipendenti con conseguente abbattimento dei costi fissi

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 Adottare un modello lavorativo flessibile porta ad una crescita produttiva pari a 27 miliardi e un risparmio sui costi fissi di circa 10 miliardi, questi i numeri della ricerca dell’ Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, che riporta i dati delle aziende decise ad investire sulle tecnologie. Ovviamente, il fenomeno dello smart working, diffuso capillarmente in tutta Europa con eccellenti risultati, in Italia fatica a decollare: la presenza di una mentalità aziendale ancora troppo tradizionalista e scarsamente aperta all’innovazione costituisce l’ostacolo più arduo da superare. Oggi, le PMI nostrane registrano un evidente ritardo sulla tabella di marcia europea: posizionate al 25° posto su un totale di 27 paesi in materia di telework, solo il 25% prevede la possibilità di lavorare in modo flessibile mentre più di un terzo dei lavoratori afferma di poter svolgere fuori sede almeno il 40% delle attività.  “Alla base del gap italiano rispetto agli altri Paesi europei nella diffusione del telelavoro, vi è una normativa pesante e restrittiva, una visione miope e rigida nelle relazioni industriali e una cultura del lavoro pesantemente gerarchica. Inoltre, nel percorso d’innovazione organizzativa, l’Italia sembra frenata dalla grande presenza di imprese medio-piccole con modelli di lavoro ancora molto tradizionali.” Queste le parole usate da Mario Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio della School Of Management, per descrivere la triste realtà italiana.

Solo le grandi imprese si rivelano capaci di compiere significativi passi avanti e, secondo le previsioni del Politecnico,  investiranno,  tra il 2014-2015, cifre importanti nel mobile, nel social computing e nelle tecnologie cloud. Tutto ciò che  le piccole e medie imprese possono fare per implementare la loro competitività è accantonare l’obsoleta mentalità tradizionale e imparare ad investire nelle nuove tecnologie, con il duplice scopo di migliorare i flussi di comunicazione tradizionali e consentire  l’accesso alle applicazioni professionali ovunque e in qualsiasi momento.

Foto di JuditK @Flickr.com

 

 

 

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