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Speciale Donne di oggi: Maria, dal Niger all’Italia per lavorare, “E’ cominciata così la mia schiavitù”

Come ogni settimana su UrbanPost torna l’appuntamento con lo Speciale Donne di oggi, una rubrica che raccoglie testimonianze al femminile per raccontare cosa le donne devono subire anche nella società contemporanea ma anche come è possibile uscire dal tunnel della violenza. Questa settimana il racconto ci è stato reso disponibile dall’Associazione Differenza Donna di Roma, che dal 1989 è sul territorio per aiutare le donne vittime di violenza. Ecco allora la storia di Maria, arrivata dal Niger con la promessa di un lavoro in un ristorante e finita sulla strada.

La storia di Maria

Maria accompagnava la mamma al mercato dove vendevano i pochi prodotti che riuscivano a coltivare e, con gli spiccioli racimolati, mantenevano i quattro fratelli piccoli. La sorte crudele comincia proprio nel povero mercato dove una conoscente convince la famiglia di Maria ad inviarla in Italia per aiutare sua sorella Jasmine nel lavoro del ristorante. In cambio avrebbe potuto studiare e costruirsi un futuro.

Così Maria lasciò il Niger e arrivò in Italia. “Alla stazione di Bari” racconta “Jasmine non mostra nessuna gentilezza. A casa non c’è neanche un panino per me che ho affrontato un viaggio da incubo, solo due letti in una stanzetta. A sera arriva una ragazza, anche lei nigeriana, e si butta sul letto dicendo che è stanca morta. Le chiedo notizie del ristorante “Ma quale ristorante? Hanno fregato anche a te così? Si batte su e giù per la strada, l’unico lavoro è quello di uno che ti si fotte per cinque minuti e se ti va bene ti dà 30 euro”. Il giorno dopo Jasmine parla chiaro: “Tu vai sulla strada, dai a noi i soldi che guadagni e se fai la furba, non torni viva a casa. Ricordati che per saldare il tuo debito fra viaggio, vestiti ed altro ci devi 6o.ooo euro”.

Maria cerca di aprire la porta per fuggire, ma Jasmine e il marito la afferrano, la prendono a cinghiate, infine la gettano nella stanzetta e chiudono a chiave la porta. “Non so quanto sono restata priva di sensi e dopo quanto tempo Jasmine ha aperto la porta. Mi ha scattato delle foto, ha preso la mia biancheria e un’assorbente macchiato del mio sangue e mi ha detto: questo voodo ti ucciderà. Ero terrorizzata, il voodo uccide! Al mio Paese ho sentito storie tremende, morti improvvise e spaventose. Pensai che Jasmine mi stava uccidendo con il voodo. E mi arresi. Il primo giorno sulla strada pioveva e faceva freddo. Riuscii a non salire su nessuna macchina. Ma Jasmine e il marito mi pestarono. È cominciata così la mia schiavitù, costretta a prostituirmi su un angolo di strada per il quale pagavo 500 euro al mese. Ma parliamo di oggi, della mia nuova vita”.

La svolta

Maria è a Roma, al Centro “Prendere il Volo”, già da sei mesi, nel corso dei quali molte cose sono cambiate per lei. Da poco ha iniziato un tirocinio in un bel ristorante del centro storico. Ma prima ha dovuto imparare a leggere, scrivere e parlare l’italiano. È desiderosa di apprendere ed è determinata a salvarsi. “Questo è un posto per tornare a vivere. Ora so dove mi trovo, cosa sto facendo e cosa voglio costruire per la mia vita”. Mentre parla del futuro per la prima volta in questa lunga conversazione quasi sorride, ma quando la sua mano scorrendo sul viso si blocca sopra quella brutta cicatrice i suoi occhi si abbassano e l’espressione si rabbuia.

Ci racconta come è successo: “Un giorno la ragazza che dormiva nella mia camera mi dice che il suo debito è pagato e che finalmente lei se ne andrà. Ma Jasmine non intende perdere quella “banca”, la picchia e la chiude in camera. La mia amica urla, batte i pugni sulla porta, fa un tale baccano che alla fine Jasmine le apre e lei si butta sulla porta di casa ed esce a precipizio. Alle 5 di mattina arriva la polizia. Finiamo tutti in questura. Mi fanno riconoscere la mia amica sulla foto. Un’assistente sociale mi porta dalle suore, ritrovo la mia amica. Siamo terrorizzate, l’unica certezza che abbiamo è che ci rimpatrieranno. Come si fa a tornare in famiglia e accettare che tutti sappiano cosa ti è successo. Decidiamo di scappare. Decidiamo di tornare per un giorno su quel marciapiede. Con i soldi avremmo potuto prendere un treno, mangiare qualcosa e riprenderci in una piccola pensione.

Quel giorno è stato il peggiore della mia esistenza. Non ricordo i particolari, mi torna in mente solo un coltello con il quale mi pugnala, così senza motivo, mi ha colpito al volto, alle braccia, sulle mani con le quali ho cercato di difendermi. La mia amica mi ha trovata per terra in un lago di sangue. Sono restata in ospedale a Manduria per due mesi. Poi quando stavo già molto meglio, il Centro Antiviolenza di Bari chiama Differenza Donna di Roma per chiedere ospitalità per me. Le signore dei servizi sociali di Bari mi hanno accompagnata a Roma, qui al Centro “Prendere il Volo”, e sono subito entrata nel progetto “La Svolta”, realizzato da Differenza Donna con il finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Fra due mesi, finito il tirocinio, i proprietari mi hanno promesso un vero contratto di lavoro. Finalmente potrò chiamare i miei genitori e dire loro che lavoro in un ristorante senza mentire”.

Grazie a Differenza Donna

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