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Spira Mirabilis recensione film Venezia 73, tante belle intenzioni che annoiano lo spettatore

Raccontare l’immortalità non è mai semplice. Anzi, è del tutto complicato poter affermare lo status delle cose come “immortali”. Ci hanno provato Massimo D’Anolfi e Marina Parenti con “Spira Mirabilis” un lungo documentario presentato in concorso a Venezia 73. Ha ottenuto diversi riconoscimenti nella sua avventura al Festival del Cinema, come per esempio il “Green Drop Award”, ma il docu-film italiano non può essere promosso a pieni voti. Anzi, durante le proiezioni andate in scena al Lido la maggioranza del pubblico, dopo essersi accomodato sulle poltrone, ha deciso di alzare i tacchi e andare a vedere qualcos’altro di diverso. Sì, perché “Spira Mirabilis” si sviluppa in modo lento e inconcludente: alla ricerca di un gioco di immagini mal riuscito con inquadrature errate e piani sequenza “elementari”. Il nobile fine di raccontare la natura come “immortale” non trova riscontro nei gusti del pubblico: valeva davvero la pena presentarsi così alla grande occasione di Venezia 73? Massimo D’Anolfi e Marina Parenti, infatti, hanno deciso di percorrere una strada ben indirizzata: effettuare un lavoro di nicchia che potesse, in qualche modo, tenere alta l’attenzione dello spettatore.

Fallimento su tutta la linea, dunque, per Spira Mirabilis che non si fa apprezzare e stenta a decollare. Eppure, all’interno dello stesso progetto – dalla durata di ben 121 minuti – vengono sviscerati cinque temi ricollegabili all’immortalità. Il documentario si apre con l’etere di cui protagonista è Marina Vlady che mette in scena il romanzo di Borges, “L’mmortale”. Successivamente tocca alla terra e alla sua immortalità occupare il posto centrale della scena con un focus sule statue del Duomo di Milano. E ancora, il fuoco ripreso dalle tribù indiane e la loro resistenza agli americani che li vorrebbero fuori da lì. L’immortalità dell’acqua, penultimo tema affrontato in Spira Mirabilis, vede la coppia di musicisti formata da Felix Rohner e Sabina Scharer creare utili strumenti musicali attraverso il metallo. Infine, l’acqua della cui immortalità protagonista è Shin Kubota, scienziato alle prese con gli studi sulla Turritopis, la medusa immortale.

Dicevamo di intenti notevoli ma non corrisposti. Proprio così: colpisce l’assenza di spiegazioni sia uditive che didascaliche di quel che si sta ammirando sul grande schermo. “Spira Mirabilis” non ammalia il proprio pubblico, non tenta neanche un cenno di ammiccamento. Le intenzioni di D’Anolfi e Parenti finiscono con il perdere il proprio intento poetico lasciando spazio a un lavoro con cui specchiare e mettere in risalto il proprio ego.

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