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Startup e commercio online: investimenti da record in Europa, ma l’Italia?

Il 2014 ha tutte le prerogative per chiudere con investimenti record per quanto riguarda le startup europee, in particolare quelle operanti nel commercio elettronico. A rivelarlo è una recente analisi del Data Jones Venture Capital, che ha rivelato come le startup europee abbiano raccolto più di 2 miliardi di Euro di venture capital in questo secondo trimestre del 2014. Ottimo il bilancio anche negli Stati Uniti, dove le startup hanno invece totalizzato un capitale per 13,6 miliardi di dollari. L’Europa rimane comunque in testa con investimenti così elevati, da risultare i più alti registrati dal 2001.

Andando ad analizzare nello specifico i settori interessati, troviamo in prima posizione per denaro investito il commercio elettronico, con investimenti che coprono il 34% del totale, pari a 755 milioni di euro; seguono i servizi finanziari e l’health care. Non sorprendono comunque i dati riguardanti l’e-commerce, che si è sviluppato negli ultimi, andando a toccare settori merceologici impensabili solo fino a pochi anni fa.
Settori come, ad esempio, quello delle macchine agricole e macchinari industriali usati, si stanno diffondendo anche online, grazie a piattaforme per la compravendita specializzate, come la tedesca Machinerypark, che ha da poco aperto anche un versione dedicata al mercato italiano (consultabile all’url http://it.machinerypark.com/, o ancora settori totalmente innovativi come quello delle stampe tridimensionali, per cui Amazon ha recentemente aperto uno store dedicato, in cui è possibile trovare numerosi oggetti realizzati con questa tecnica.

Per quanto riguarda la situazione in Italia, il 2013 ha registrato un aumento del numero di investimenti per l’avvio di nuove startup, arrivando a quota 66 operazioni, più del 50% rispetto all’anno precedente. Crescita che è stata probabilmente supportata dall’introduzione del decreto Startup del Dicembre 2012 e dal fondo high tech destinato al sud Italia.
Questi dati sono sicuramente positivi, ma è importante notare che si riferiscono al numero di operazioni di acquisizioni di seed capital, ovvero il capitale che viene raccolto per le primissime fasi di startup, quando l’attività si trova ancora in uno stato embrionale. Se da una parte il dato puó essere considerato un buon indicatore di crescita, dall’altro è necessario soffermarsi sulla situazione di ristagno economico che potrebbe colpire le startup neonate. C’è il rischio di trovarsi infatti di fronte a un mercato popolato da numerosissime startup appena nate, ma che non riescono poi a superare una prima fase di sviluppo e a crescere sufficientemente per rimanere in vita nel lungo periodo.

A confermare questo timore sono i risultati della ricerca dell’osservatorio VeM (dell’Università di Castellanza) in collaborazione con Aifi, che hanno registrato una riduzione del volume di investimenti in Italia dai 2,1 milioni del 2010 agli 800 mila del 2013. La situazione è stata ben riassunta dalle parole di Jonathan Donadonibus, docente alla Liuc di Castellanza e coordinatore del Private Equity Monitor, che ha commentato i risultati con queste parole:

«Un trend che mostra chiaramente come l’Italia si stia caratterizzando per essere un mercato di capital seed, si finanziano molte iniziative ma si spende poco per ciascuna di esse. (…) È vero che in tre anni siamo raddoppiati come numero operazioni ed è triplicato il peso del venture capital su tutto il mercato di rischio. Ma il nostro resta un mercato troppo piccolo. Quello francese è cinque volte più ricco, quello tedesco sette».

Il rischio dunque per le startup del Belpaese, è quello di restare vittime della cosiddetta sindrome da PMI, ovvero un’esasperazione di una situazione imprenditoriale storicamente tipica del nostro paese, ovvero di essere costituito al 95% da piccole imprese (maggiori approfondimenti sulla questione su questo articolo di Repubblica).

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