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Strage di Capaci, 25 anni dopo: le idee di Giovanni Falcone non camminano più sulle nostre gambe

23 maggio 1992. Una data che non si può dimenticare. Alle 17.58 oltre 4oo chilogrammi di tritolo fanno saltare in aria l’autostrada all’altezza dello svincolo di Capaci, in Sicilia. La chiameranno la strage di Capaci e non sarà l’unica. Seguirà la strage di via D’Amelio, il 19 luglio 1992, esattamente 55 giorni dopo. In entrambi i casi, come da tempo accadeva in Sicilia, a morire saranno due uomini dello Stato, due giudici, che hanno dedicato la loro vita alla lotta alla mafia. Entrambi istruttori del maxiprocesso a Cosa Nostra, partito nel 1986 e finito nel gennaio del 1992. Entrambi candidati quasi certi a diventare procuratore nazionale anti mafia. Loro che hanno mostrato al mondo cosa fosse la mafia, che l’hanno analizzata, spiegata e fatta capire all’Italia intera, quando ancora c’era chi sosteneva che non esistesse.

Il 23 maggio è stato assassinato Giovanni Falcone, insieme a sua moglie Francesca Morvillo e ai suoi uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Il 19 luglio è stato assassinato Paolo Borsellino, mentre aspettava la madre per accompagnarla dal medico. Con lui hanno perso la vita altri cinque agenti della scorta:  Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Strage di Capaci: l’Italia assopita per 25 anni

Proprio questa notte in Gran Bretagna c’è stato un nuovo attentato terroristico. Almeno 60 morti, tutti giovanissimi. Quei ragazzi erano allo stadio a vedere il concerto di una pop star americana. Oggi ci viene un brivido lungo la schiena per atti come questo. E negli ultimi due anni in tutta Europa sono stati molti, troppi. Eppure i fatti della strage di Capaci e di via D’Amelio ci sembrano così lontani, come se appartenessero ad un altro mondo. Non è così. Oggi come allora c’è qualcuno che non rispetta il modo di vivere dell’Occidente, fatto di libertà e di democrazia. Per 25 anni siamo rimasti come assopiti. Gli assassini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati il culmine di oltre 20 anni di sparatorie per strada, bombe, missioni punitive. Poi più nulla. Il silenzio. Come se con la morte di Falcone e Borsellino si fosse chiuso un cerchio.

Chi portava la mafia alla luce del sole, spiegando chiaramente chi vi fosse al centro e cosa facesse, era stato tolto di mezzo. E la mafia ha imparato una lezione importante. Bombe e sparatorie sollevano e indignano la popolazione, la fanno stare in allerta, con gli occhi aperti. Le persone fanno domande, cercano di capire, si impegnano a fare la differenza. E non è quello di cui la mafia ha bisogno. E allora, dopo la morte di Falcone e Borsellino, la mafia ha imparato a lavorare nell’ombra, a dare una parvenza di tranquillità e sicurezza per le strade. Ciò permette loro di lavorare indisturbati. Il problema che non si staglia di fronte agli occhi ogni giorno è un problema che non c’è.

Sono sparite le bombe ma non la mafia

Oggi abbiamo un altro grande nemico da combattere, l’integralismo religioso e il fanatismo. Ma ciò non significa che il morbo della mafia sia sparito dalla nostra società. Anzi. E’ più forte e funzionale di prima, perché nessuno lo guarda, nessuno si interessa a lui. I giornali e la tv non ne parlano, il “problema” non tocca da vicino le esistenze delle persone perché non ci sono bombe che fanno esplodere uscite autostradali. Ma il problema c’è e si ripercuote ogni giorno sulla nostra vita. Sull’economia, sul lavoro, sulla sicurezza.

“Il fatto che dopo 25 anni da Capaci non si sia costituito di nuovo il pool antimafia è molto grave. Si dice che le idee di Falcone camminano sulle nostre gambe, ma non è così: sono rimaste solo parole” racconta in un’intervista di TgCom24 l’autista giudiziario sopravvissuto alla strage di Capaci, Giuseppe Costanza“La lotta non è finita. I mafiosi stanno aspettando tempi migliori, vivono nell’ombra e stanno modificando la loro natura. La mafia è ovunque. Non bisogna più pensare che sia confinata a Palermo o alla Sicilia. Quella mentalità c’è dappertutto, non per nulla Falcone puntava il dito contro certi colletti bianchi e proprio per questo è stato ucciso: non era tollerabile che continuasse a indagare in questo ambito”.

Foto: Wikipedia

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