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Strage di Orlando, inquietante retroscena: il killer fermato 2 volte dall’Fbi poi rilasciato

Sarebbe di almeno 50 morti – di cui solo 15 al momento sarebbero stati identificati – e 53 feriti il bilancio della strage di Orlando, in Florida, avvenuta la notte tra sabato e domenica scorsi nel centralissimo locale gay, “Pulse”. A compiere il massacro una guardia giurata 29enne, Omar Mateen, cittadino americano figlio di genitori afghani presunto affiliato dell’Isis. Non è chiaro però, allo stato dei fatti, se avesse legami diretti con il Califfato o se abbia agito da ‘lupo solitario’.

E nelle ultime ore emergono dettagli agghiaccianti sulla carneficina, messaggi disperati (“mamma sto per morire”, “sta arrivando”) di giovani bloccati nel locale dopo l’irruzione dell’omicida, vivi ancora per poco mentre il killer sparava all’impazzata tra i presenti, ma soprattutto un retroscena che lascia basiti: l’Fbi già conosceva il killer, nel 2013 si era occupata per ben due volte di Omar Mateen, ritenendo (evidentemente) trascurabile il fatto che il suo nome figurasse in una lista di simpatizzanti dell’Isis. In entrambi i casi, infatti, aveva chiuso le indagini lasciando a piede libero il sospettato.

Omar Mateen in quelle due circostanze sarebbe stato interrogato in seguito a “commenti incendiari con i colleghi” che lasciavano presagire possibili legami con i terroristi jihadisti. Ed è proprio allo Stato Islamico che il killer di Orlando avrebbe inneggiato in una telefonata poco prima di dare inizio alla mattanza. Ancora, fu indiziato per presunti legami con Moner Mohammad Abusalha, il primo cittadino americano a commettere un attentato suicida in Siria, che come lui viveva in Florida. “Avevamo stabilito che il contatto era stato minimo e che al momento non rappresentava una relazione importante o una minaccia”, si è giustificato Ron Hopper, agente speciale del Federal Bureau of Investigation che si occupa delle indagini. 

 

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