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Suicidio, come prevenirlo accettando i rifiuti: intervista al prof. Francesco Campione

Il 31 gennaio scorso Michele ha detto addio alla vita, affidando le sue motivazioni a una lettera che per volere dei genitori è stata resa pubblica: uno scritto disperato eppure lucido, che ha chiamato in causa il ruolo della società e in particolare la mancanza di prospettive e di speranze, di cui è vittima – innanzitutto – la generazione giovanile. Ma che cosa possiamo (e dovremmo fare) tutti noi per prevenire il suicidio? Ne parliamo in esclusiva con Francesco Campione, professore di Psicologia clinica all’Università di Bologna e presidente della IATS – International Association of Thanathology and Suicidology (associazione internazionale che promuove gli studi e la clinica nel campo tanatologico e della prevenzione al suicidio).

Gentile prof. Campione, la lettera di Michele denuncia il fallimento della società (“Io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare”, ha scritto il ragazzo). Che cosa stiamo profondamente sbagliando, forse senza accorgercene, o comunque senza attribuirci troppe colpe e responsabilità? 
“Michele lo dice chiaramente: si è sentito abbandonato, ma chi può riuscire a stare accanto a uno che è “stufo”, come dice in un’altra parte della sua lettera, “di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza….”? Quando uno è così stufo non riesce ad aiutare ad essere aiutato e difficilmente si riesce ad aiutarlo. Bisogna pensarci prima, e in questo c’è la responsabilità della nostra società e di ciascuno di noi. Michele è disilluso, ma chi lo ha illuso? Non si è illuso da solo: non siamo noi che gli abbiamo fatto credere che la vita va vissuta solo nel bene (non dover fare sforzi, non dover subire critiche, provare a vincere, non dover giustificare la propria esistenza,etc.)? Non siamo noi che gli abbiamo fatto credere che dalla realtà si può pretendere tutto: un lavoro, l’amore e la sicurezza? E quando ha scoperto che non è così Michele non ha più riconosciuto come sua questa realtà. Nella sua lettera dice chiaramente il perché: “Da questa realtà non si può pretendere un lavoro…riconoscimenti e…un ambiente stabile”. E si sente tradito dicendolo anche ai genitori quando chiede loro perdono. Se non può più avere lavoro, amore e sicurezza, non gli resta che un unico valore per affermarsi: la libertà. Ed ecco il senso del suicidio di Michele (nella sua mente): “Se vivere non può essere un piacere, allora non può diventare un obbligo e io l’ho dimostrato””.

Dove sta la nostra responsabilità?
“Dovremmo insegnare ai nostri figli che il piacere e la felicità bastano per dare senso alla vita se essa è, com’è, imperfetta e piena di mali; e che tutti i desideri sono legittimi, con la consapevolezza però che quando diventano impossibili anche solo a continuare a perseguirli disinteressatamente, cioè anche senza avere risultati, basta a dare senso alla vita”.

“Sono stanco di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità”: queste sono le parole di Michele. Da dove ripartire?
“Su questo punto Michele ha profondamente ragione e profondamente torto. Ha profondamente ragione quando evoca l’ingiustizia del nostro mondo nel quale alle ambizioni, ai sogni e ai talenti non corrisponde quasi mai ciò che si ottiene dalla vita. C’è molto da lavorare per la “giustizia”. Ma ha profondamente torto se si considera che la giustizia non può essere assoluta: se tra due persone c’è una differenza abissale, ad esempio nei talenti o nell’intelligenza, cosa si fa per essere giusti, si dà tutto a chi ha talenti e intelligenza e niente a chi non ne ha affatto? Talenti, intelligenza, ambizioni, sensibilità, sogni, etc. non potrebbero essere soltanto valori aggiunti, beni parziali che alludono al Bene che alberga in ciascuno e gli danno valore, pur non rappresentarlo mai del tutto? Si sarebbe ucciso Michele se qualcuno fosse riuscito a fargli sentire che un uomo vale a prescindere dai risultati che ottiene nella vita, a prescindere dalla felicità, dal lavoro, dai riconoscimenti, perfino quando nessuno lo ama? Ecco perché le persone si uccidono, non perché la nuda vita di chi non ha niente non basta per vivere ma perché qualcosa ne nasconde il valore intrinseco. Questo qualcosa è nella nostra epoca la netta separazione tra il bene e il male determinata dal fatto che il valore della vita va fatto derivare solo dalla sua qualità, cioè da quanto stiamo bene o stiamo male. Va a finire così che tutti sono d’accordo con l’affermazione meno logica al mondo: “Nessuna vita è meglio di una brutta vita”. Dovremmo riuscire a dire questo ad un giovane deluso dalla vita: tu vali lo stesso, perché continui a desiderare il Bene anche quando non intravvedi beni a tua disposizione!”

Quante persone si rivolgono a lei per problemi di lavoro? 
“Al Servizio Primomaggio che assiste gratuitamente presso la nostra associazione “Rivivere” le persone che hanno perso o rischiano di perdere il lavoro, arrivano purtroppo poche persone rispetto a quanti ne avrebbero bisogno, per due motivi: 1) perché c’è la diffusa convinzione popolare che l’unica soluzione per chi perde il lavoro e rischia di distruggersi sia trovarne un altro (ma non è così come dimostrano gli studi nel campo: F. Campione, “Non lavoro”, S. Paolo Edizioni, Milano); 2) perché si chiede aiuto allo psicologo solo quando tutte le altre strade sono sbarrate.”

Come si può affrontare positivamente un rifiuto sul lavoro o nello studio?
“Facendo riferimento a quanto già detto: educando i giovani a percepire il valore intrinseco della loro persona (il desiderio del Bene che ci accomuna tutti come genere umano) per non riferirlo ai valori aggiunti che non danno nessuna garanzia di reggere se non si ha successo (come accade, del resto, alla maggior parte delle persone)”.

Professore, lo scritto di Michele è estremamente lucido e il suo gesto estremo sembra il frutto di un’azione meditata a lungo. Lei si occupa anche di prevenzione del suicidio: in rapporto a una vita percepita come insopportabile, come trovare una via d’uscita?
“Prevenire significa precisamente far sì che non si arrivi all’insopportabilità del vivere, e le vie maestre sono due. La prima è percepire il proprio valore intrinseco ed essere aiutati dagli altri a non perdere questa percezione continuando a comunicarsi che si vale per l’altro proprio perché si desidera il Bene e non per qualche valore aggiunto, cioè per qualche bene particolare. Se poi non si riesce a prevenire e la vita diventa insopportabile, bisogna fare in modo che il peso della vita si distribuisca tra tutti, cosa possibile solo condividendo un valore comune che ci renda “uguali” nella nostra diversità individuale. Se, ad esempio, si materializzasse la “minaccia” concreta con cui Michele si congeda dalla vita dicendoci che fra poco resteremo senza cibo, cos’altro resterebbe che togliersi il cibo di bocca per darlo a chi non ce l’ha invece di buttarlo come facciamo oggi in presenza di masse di affamati? Utopie? Qualcuno ha detto che “ciò che è giusto è giusto anche quando è impossibile”!”.

Sullo stesso tema vi consigliamo di leggere l’intervista sul “Death Cafè” e sull’importanza di parlare del lutto.

In apertura: foto di Karen_Nadine/Pixabay.com

Written by Corinna Garuffi

Trentun anni, laureata in Scienze della Comunicazione, lavora da anni nel sociale. Da sempre alla ricerca di notizie inerenti al mondo del volontariato e alle opportunità offerte dell’Unione Europea, è anche appassionata di fotografia, arte e cucina. Indossa per la prima volta le vesti di blogger.

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