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Suora stuprata ci ripensa: diede figlia in affido, la Cassazione revoca procedure adozione

Potrà fare la mamma la suora congolese di 44 anni che, rimasta incinta a seguito di una violenza sessuale inflittale da un sarcedote, anch’esso congolese, durante una missione in Africa, nel febbraio 2011 diede alla luce una bambina nell’ospedale di Pesaro. La donna dopo il parto decise di non riconoscere sua figlia, proprio perché concepita con la violenza e per rispettare la sua vocazione religiosa, continuando a vivere nella Congregazione congolese delle “Petites Soeurs de Nazareth” che le avevano promesso di riaccoglierla come suora, dopo il parto, a condizione che desse la piccola in adozione. La donna aveva continuato a rimanere di questa idea anche negli ultimi tre mesi di gravidanza passati a Fano, presso una comunità dove era solita trascorrere le ferie estive.

Ma le cose poi presero un’altra direzione, e le consorelle e la madre superiora respinsero la sua richiesta di accoglienza, così la suora-mamma decise di mettersi sulle tracce della sua bambina che, secondo la prassi, era stata data in affido ad una famiglia. Già nel 2012 la donna ottenne dal Tribunale dei minori di poter vedere sua figlia, ma tale possibilità le fu subito tolta per l’opposizione del Pubblico ministero con il ricorso in appello. Fino a ieri, quando la Cassazione si è pronunciata in suo favore, revocando le procedure d’adozione della bimba ormai avviate, e restituendo alla suora vittima di stupro una seconda possibilità per esercitare il suo diritto di madre.

La donna nel frattempo è tornata allo stato laicale e risiede nelle Marche, al termine di una tormentata battaglia legale “fatta completamente da sola e durata per l’esattezza 72 giorni”, sostiene il suo avvocato Luca Giardini di Pesaro, che commenta con soddisfazione la sentenza della Cassazione: “Sono estremamente soddisfatto, anche perché la vicenda mi ha colpito prima come padre […] E’ una sentenza che fa giurisprudenza, perché fino ad oggi, nel caso di mancanza di riconoscimento alla nascita, lo stato di adottabilità veniva considerato come un obbligo”.

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