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Tamara De Lempicka: diva alla maniera de “Il Grande Gatsby”

Era il 18 marzo del 1978, in una notte messicana di trentasette anni fa moriva nel sonno una delle più grandi pittrici che la storia dell’arte ci ha consegnato: Tamara De Lempicka. Come sempre, per capire qualcosa dell’animo di un’opera, non si può trascendere dalla mano che l’ha creata e dalla mente che l’ha concepita. Così, se vogliamo gustarci con consapevolezza l’opera di Tamara Rosalia Gurwik-Gorska non possiamo trascurare la sua vita, le sue scelte, la sua condotta, la sua splendida maschera da diva. Poi, nell’anima, probabilmente c’era umidità, forse ragnatele, sicuramente bisogno di pace e di pietà – come dimostrano alcune sue opere mature – ma noi accettiamo la mela vermiglia di vanità che Tamara ci offre e intorno a quell’orbita ci muoviamo.

Tamara De Lempicka proviene da una famiglia agiata, madre polacca e padre ebreo, viaggia con la nonna fin da piccola per l’Europa: fondamentali saranno le tappe in Francia e in Italia per il suo battesimo artistico. Poi Svizzera, San Pietroburgo, il Vittoriale in veste di ospite di un D’Annunzio del tutto interessato a unire le leggende del Vate con la Pittrice Diva, matrimoni con uomini di alto rango, conoscenze facoltose, attenzione pubblica e vezzi femminili. Stazioni sciistiche alla moda, casinò, alberghi di categoria stellare, una punta di cinismo, grande senso di emancipazione: Tamara incarnava con la sua estetica pittorica la moda degli anni Venti e Trenta, in lei tutto richiama visoni, perle, vino d’annata, sussurrate alcove dove le sue statiche e granitiche figure, avvolte in abiti incantevoli, hanno un solo fuoco che stride con la loro ferma geometria: si tratta di quegli sguardi languidi, provocatori. Tamara racconta l’eleganza del ghiaccio bollente, ispirando trasversalmente il fenotipo femminile hitchcockiano.

Tamara che fa entrare la moda nella sua arte, che usa il suo talento e la sua bellezza per diventare Musa e, contemporaneamente, amazzone. Leggenda vuole che uno dei suoi quadri più famosi, Autoritratto in Bugatti Verde del 1932, fosse stato incoraggiato dalla direttrice della nota rivista di moda tedesca “Die Dame” che ambiva a darle la copertina. Tamara si raffigura come una perfetta Daisy, protagonista femminile de Il Grande Gatsby con tutto il corollario di evocazioni che quelle atmosfere implicano. Perché Tamara De Lempicka era di certo quel tipo di donna, peccato che i suoi demoni, nel momento in cui la bellezza ha lasciato il posto alla vecchiaia e le Bugatti verdi a spatolate di colore astratto e grumoso, siano stati esposti troppo tardi. La critica l’ha massacrata quando Tamara ha proposto questa svolta e, forse, se l’è meritato avendo lasciato la sua sostanza dolorante come ultima portata, da esibire in alternativa al declino della diva.

 

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