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Test salivare per l’HIV, ecco come funziona e la sua attendibilità

Il test salivare per l’HIV è uno degli strumenti più utili per la prevenzione. Ma come funziona? Che attendibilità ha? A questa e a tutte le altre domande vi rispondiamo in questo articolo.

Diagnosticare l’HIV in modo rapido ed efficace è possibile grazie all’utilizzo del test salivare, ma cos’è? Il test salivare è uno strumento a risposta rapida per anticorpi anti-HIV-1/2 che, basato su tecnica immunocromatografica, consente di avere i risultati in soli 20 minuti. Il test è formato da un supporto solido monouso dotato di paletta sterile: quest’ultima va passata sulle arcate gengivali ed immersa poi in una soluzione che consente la migrazione del fluido gengivale lungo il supporto solido verso l’area di reazione. In base alle bande apparse, come indicato nelle istruzioni di ciascun kit, il test può essere considerato negativo o positivo: ma qual è la sua attendibilità? Il test è generalmente considerato affidabile ma, ovviamente, non può sostituire l’esame del sangue: a differenza di altri Paesi, in Italia il test non è “fai da te” e quindi effettuabile solo in presenza di un medico.

Ma quanto è importante effettuare il test? Se si hanno avuto rapporti non protetti con partner occasionali o con persone infette da HIV, il test può essere un valido aiuto nella diagnosi precoce della malattia. Nonostante la sua efficacia e importanza, però, il test salivare è ancora poco diffuso: secondo uno studio, il problema sarebbe anche da ricercarsi nel modo in cui il test viene proposto. In particolare, Juan Carlos Montoy del Dipartimento di medicina d’urgenza della University of California e i colleghi Wlliam Dow e Beth Kaplan hanno analizzato i dati di 4800 persone (dai 13 ai 64 anni) a cui era stato chiesto di effettuare il test: secondo gli studiosi, le risposte cambiavano dipendentemente dal modo in cui era stato richiesto di sottoporsi al test salivare per l’HIV. “Il nostro studio fornisce la prova che piccoli cambiamenti nella comunicazione possono influenzare in modo significativo il comportamento dei pazienti e questo è di particolare importanza per poter gestire al meglio quei pazienti che possono non cogliere appieno il rischio di infezione che corrono” hanno spiegato infine gli autori dello studio.

(Foto: P.Chinnapong/Shutterstock)

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