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“The Day of Infamy”: a 73 anni dall’attacco giapponese alla base americana di Pearl Harbour

<<Temo di aver solo svegliato il Gigante che dorme>>: è con queste parole che l’ammiraglio Isoroku Yamamoto, comandante in capo della “flotta combinata” giapponese e ideatore dell’attacco su Pearl Harbor, commentò quello che fu il primo grande attacco militare mai subito dagli Stati Uniti d’America. Nel suo 73° anniversario, ripercorriamo insieme i tratti salienti del giorno che segnò l’entrata degli Usa nella Seconda guerra mondiale. L'”operazione Z” (questo il nome in codice dell’azione giapponese, conosciuta altresì come “operazione Hawaii”) ebbe luogo il 7 dicembre 1941, esattamente, come oggi, di domenica. La data dell’attacco non fu casuale: i giapponesi sapevano che durante il fine settimana l’efficienza degli equipaggi a bordo era diminuita e molti uomini scendevano a terra. Per il giorno dell’attacco, inoltre, era prevista la luna nuova e l’oscurità notturna avrebbe aiutato i giapponesi ad avvicinarsi di nascosto.

Alle ore 7:55 iniziarono a piovere bombe sulla base navale americana di Pearl Harbor: la flotta americana e le installazioni militari statunitensi stanziate nella base navale andarono quasi completamente distrutte. Ma cosa ci facevano gli Stati Uniti “accampati” alle Hawaii? Da anni era ormai in corso una “guerra fredda” col Giappone per il controllo del continente asiatico: l’impero del Sol Levante aveva bisogno di espandersi per far fronte alla durissima crisi economica che, dopo quattro anni di guerra contro la Cina, stava dissanguando il Paese; la miseria era diffusa, molti prodotti di essenziale necessità erano razionati e l’industria tessile, motore dell’economia giapponese, lavorava circa al 40% delle proprie possibilità. La presenza della flotta statunitense nelle Hawaii avrebbe dovuto impedire ogni ulteriore progressione giapponese verso la Malesia, le Filippine e le Indie Orientali Olandesi.

Gli americani non avevano mai pensato che la flotta del Pacifico a Pearl Harbor, invece di rappresentare un freno alle mire espansionistiche del Giappone, potesse trasformarsi in una spina nel fianco proprio per gli Stati Uniti: e comunque, erano convinti di poter individuare con grande anticipo- e quindi poi respingere- un eventuale attacco nemico grazie ad sistema difensivo all’avanguardia. L’impero giapponese, poi, da mesi assicurava agli Stati Uniti che la progressiva espansione nel Sud-Est dell’Asia sarebbe stata pacifica, anche se la marina statunitense, in grado di decifrare i codici segreti dei giapponesi, conosceva le reali intenzioni nipponiche: il Giappone si preparava anzi a sferrare un attacco fulmineo, indispensabile per “decidere l’esito della guerra fin dal primo giorno” (in caso di guerra prolungata la superiorità americana era indiscussa). Nonostante questo negli Stati Uniti regnava il totale rifiuto della guerra tra la popolazione: a oltre cinquant’anni di distanza si discute ancora se si sia trattato di un errore dettato da incapacità militari e politiche del presidente, dei circoli di comando e anche dell’opinione pubblica, tutti troppo fiduciosi nella pace o se il presidente Roosvelt abbia accettato di subire l’attacco che gli avrebbe poi permesso di entrare in guerra guadagnando il consenso della popolazione americana.

Quello che è certo è che l’improvviso attacco giapponese fece cambiare repentinamente idea all’opinione pubblica. <<Non la faremo finita con loro, finché il giapponese non sarà parlato solo all’inferno>> disse l’ammiraglio statunitense William Halsey subito dopo l’attacco. Il fatto che i giapponesi non avessero dichiarato formalmente la guerra agli Stati Uniti d’America- inviarono una dichiarazione nella stessa notte del 7 dicembre per beneficiare al massimo dell’effetto sorpresa ma, per problemi tecnici, la dichiarazione arrivò nelle mani americane a bombardamenti già iniziati- rappresentò un precedente gravissimo, oltre ad un insopportabile affronto. Colti alla sprovvista, gli americani subirono perdite pesantissime: “su 96 navi statunitensi, tre corazzate furono distrutte o capovolte in maniera irrimediabile (Arizona e Oklahoma, l’ex-corazzata poi nave bersaglio Utah), 6 navi furono affondate, rovesciate o arenate seppur recuperabili (le corazzate California, West Virginia e Nevada, il posamine Oglala, i cacciatorpediniere Cassin e Shaw), 7 navi furono gravemente danneggiate (la corazzata Pennsylvania, la nave officina Vestal, la nave appoggio idrovolanti Curtiss, gli incrociatori Raleigh, Helena e Honolulu e il cacciatorpediniere Downes), 2 mediamente danneggiate (le corazzate Tennessee e Maryland) e 4 danneggiate lievemente (3 incrociatori e il cacciatorpediniere Helm). Sui campi d’aviazione di Oahu furono distrutti 151 aerei; in volo gli statunitensi persero dieci aerei (sei SBD Dauntless, due P-40, un P-36 e un B-17) abbattuti dai caccia giapponesi. Le perdite umane ammontarono a 2.403 morti statunitensi (2.008 della marina, 109 dei Marines, 218 dell’esercito, 68 civili) e 1.178 feriti” (fonte Wikipedia).

L’8 dicembre del 1941 il Congresso degli Stati Uniti dichiarò quindi guerra al Giappone, con il solo voto contrario di Jeannette Rankin: “Con fiducia nelle nostre forze, con la determinazione illimitata della nostra gente, guadagneremo il trionfo inevitabile, così li aiuti Dio. Chiedo al congresso, in seguito all’attacco deliberato e non provocato dal Giappone di domenica 7 dicembre, di dichiarare guerra fra gli Stati Uniti e l’impero giapponese” disse il presidente Franklin Delano Roosevelt alla Casa Bianca il giorno seguente a quello che per ogni americano diventò “The Day of Infamy”. Scrisse un romanziere e storico della seconda guerra mondiale, Len Deighton: “Pearl Harbor fu la peggiore sconfitta del Giappone“.

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