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The Dream Syndicate live al Bloom di Mezzago: back to the eighties, recensione concerto

Davanti al palco del Bloom di Mezzago si assiepa qualche centinaio di spettatori. Un pubblico variegato dove spiccano parecchi cinquantenni e sessantenni e, relegati in piccole riserve, sparuti gruppetti di trentenni e addirittura ventenni. Se vi state chiedendo se questo sia l’incipit di una recensione di un concerto di qualche vecchio eroe canoro italiano degli anni Sessanta vi sbagliate di grosso. Quello che infatti è andato in scena ieri sera è stato lo show di una delle più influenti band della scena alternative statunitense degli anni Ottanta: the Dream Syndicate, riunitisi nel 2012 per celebrare il trentennale dell’uscita del loro primo album The Days of Wine and Roses.

concerto bloom

Salgono sul palco capeggiati dal loro storico frontman Steve Wynn, che peraltro vanta una notevole carriera solista dopo lo scioglimento del gruppo nel 1989, e iniziano a sciorinare le loro canzoni fatte di tradizione folk e di psichedelia, dove le chitarre distorte regnano sovrane. Wynn è accompagnato da Dennis Duck e Mark Walton, storici membri del gruppo, con l’aggiunta di Jason Victor.E allora basta chiudere per pochi secondi gli occhi per ricalarsi nei magici Ottanta perché Wynn e soci non lesinano coi distorsori e per chi ama l’elettricità è puro godimento. E poco importa se i miei vicini hanno pochi capelli e pure parecchio imbiancati: sembra di tornare indietro di tanti anni perché la grinta della band è notevole e tutti si riscoprono ventenni. Wynn, che dietro qualche ruga nasconde ancora una faccia da ragazzino, conduce i suoi e dialoga col pubblico del Bloom. I capolavori della band scorrono via uno dietro l’altro e non si fa in tempo a godersi Tell me that it’s over che poco dopo si passa a The medicine show e Boston, giusto per citarne qualcuna.

L’elettricità è l’elemento dominante di tutta la serata e i musicisti, piegati sui loro strumenti  quasi in un amplesso amoroso, riescono a farla uscire fuori per davvero tutta questa energia elettrica. Se spesso le reunion fanno rimpiangere i vecchi tempi perché i musicisti ormai bolsi non reggono più, questo è invece un caso totalmente opposto dove ancora trionfa l’immediatezza, la spigolosità e la ruvidità di tanti piccoli capolavori musicali. E poi devo confessarvi una cosa: Steve Wynn compie miracoli, ne sono sicura, perché io l’ho visto il signore di fianco a me, mentre scorrevano via veloci le chitarre di That’s what you always say; gli è ricresciuto all’improvviso qualche capello. Io l’ho visto.

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