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The look of silence, Mostra del Cinema di Venezia 2014: recensione

Un ragazzo indonesiano, quasi cinquant’anni fa, viene colpito alla spalla, poi all’addome in maniera talmente violenta e scomposta da fargli fuoriuscire gli organi interni. Il giovane non muore, riesce a scappare, striscia piano nelle risaie fino ad arrivare a casa. Al mattino le persone che l’hanno eviscerato si presentano alla sua porta, promettono alla madre del ragazzo di portarlo in ospedale; lo portano in riva ad un fiume, agonizzante, lo colpiscono di nuovo fino a che non scelgono il machete. Gli tagliano il pene ed il corpo, di colpo morto, scivola nell’acqua.

red carpet venezia 2014

E’ notte, ma anche se fosse giorno se ne curerebbero in pochi; la prima cosa che si impara dal film The look of silence, circa la lotta armata che il governo indonesiano ha condotto allo scopo di estirpare la nascita e il propagandarsi del comunismo fra la gente dei vari distretti, è che le esecuzioni avvenivano di notte. Poi si impara che il fiume di quel villaggio ha accolto talmente tanti cadaveri da rendere i pesci che lo abitavano una visione raccapricciante per gli abitanti. Mangiarli implicava mangiare un animale che si è nutrito di cadaveri di amici, fratelli, figli e genitori. Quando si ammazzano centinaia di persone ogni notte si può impazzire? I carnefici legittimati dal governo se lo sono chiesti, così hanno trovato il loro antidoto: bere il sangue delle proprie vittime per salvarsi dalla follia.

L’elemento che rende il film di Oppenheimer davvero potente è che il racconto di tutte queste esecuzioni viene concesso, a favor di camera, da coloro che le hanno realmente compiute. Il quadro che il regista propone è il seguente: un villaggio indonesiano dove il vicino è colui che 40 anni fa si è preso tuo figlio, marito o fidanzata e si è sentito legittimato a torturarlo, imprigionarlo, ammazzarlo, mutilarlo e bere il suo sangue per salvarsi.Vedere persone anziane, assolutamente serene, quasi tutte sdentate con figli e nipoti a seguito, che sprofondano nell’opacità della vecchiaia senza alcun rimorso o senso di colpa. Un nonno qualunque con una scimmietta al guinzaglio che necessita di un paio di occhiali da lettura; mentre prova le lenti racconta che se si mutila il seno di una donna pare di aprire una noce di cocco. Dagli uomini si beveva il sangue, dalle donne invece, quando possibile, si beveva il siero figlio della mutilazione del seno. Prima di sgozzarla: la si mutilava da viva, perché era stata cattiva in quanto comunista e “le persone cattive si possono colpire tutte le volte che vuoi, farci ciò che vuoi”

A chi raccontano tutto questo? Al fratello di quel ragazzo ammazzato quasi cinquant’anni fa che vuole capire la verità sulle dinamiche della morte di un parente mai nemmeno conosciuto se non attraverso il dolore pressante e straziante della madre. La cosa aberrante è che è tutto vero. I carnefici sono veri e non sono pazzi, sono un numero troppo ingente per essere considerati tutti folli. Ed è qui che risiede la grandezza di Oppenheimer, ovvero quella di restituirci la mediocrità, la piccolezza, la superficialità…la banalità del male. Come se potessimo vedere quel processo al quale la Arendt ha assistito e arrivare a porci ossessivamente le medesime domande che l’hanno attanagliata. La banalità del male, la risposta è tutta qui.

A infilare gli ultimi chiodi, nel supplizio incantevole e spinoso che comporta la visione di questo documentario, ci pensa il protagonista della vicenda. L’uomo che ascolta i carnefici del fratello con compostezza, in silenzio, senza mai, mai, mai, davvero mai dire una sola parola cattiva o offensiva. Straziante il momento in cui la figlia di uno degli assassini si capacita delle colpe del padre e si scusa, come se fosse anche colpa sua. Anche qui la monumentale bellezza del protagonista, bello proprio perché autentico, spazza via la miseria dei vecchi deliranti – fra questi vecchi c’è per forza anche Eschilo – finalmente spezza il filo spinato che lega i padri ai figli in un passaggio di colpe inaccettabile. “Non sei responsabile di ciò che ha fatto tuo padre“. Nessuno ha chiesto scusa, tutti hanno sfidato o sbeffeggiato le vittime nonostante la resa dei conti sia assai vicina per la loro anima credente. Nessun cenno di pentimento ed il motivo è semplice, anzi banale, non hanno ancora capito.

Non ci sono attori in questo film, tutti coloro che vedrete raccontano la propria vita e come hanno scelto, o non scelto, di viverla.  Basterebbe la visione di questa pellicola per giustificare l’esistenza della Mostra del Cinema di Venezia, edizione numero 71; possono anche sbaraccare adesso.

 

 

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