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Tommaso film Kim Rossi Stuart recensione, la quintessenza del narcisismo ossessivo-compulsivo

Perché non in concorso? È questa la prima domanda che si saranno posti gli spettatori di Venezia 73 dopo aver visto il buon lavoro di Kim Rossi Stuart, Tommaso: il lungometraggio italiano, in uscita nelle sale cinematografiche il 8 settembre 2016, è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2016 “fuori concorso”. Data la qualità di alcune pellicole, anche italiane, il nuovo film dell’artista italiano avrebbe meritato maggiore considerazione. Undici anni dopo, Kim Rossi Stuart rispolvera la sua opera prima alla regia, “Anche Libero Va Bene”: in Tommaso, però, cambia il punto di vista del protagonista. Non è più il bambino a mettere in luce le diffidenze nei confronti della madre ma un uomo adulto. Il Tommaso scritto a quattro mani con lo sceneggiatore Federico Starnone mette in risalto tutte le insicurezze del genere maschile dei giorni nostri: il maschio “alpha” sembra essersi smarrito in favore di un uomo molto più fragile ed emotivo. Sono due gli elementi a caratterizzarlo e renderlo talmente “umano” da creare una simbiosi tra lo spettatore e il protagonista: il narcisismo e il suo disturbo “ossessivo-compulsivo.”

Due elementi, questi, diventati parte integrante della vita di Tommaso per colpa della madre. Una donna che vorrebbe il meglio per suo figlio – leggi tornaconto personale – ma che lo ha abbandonato quando era poco più che un bambino per ritrovare la libertà. Una ferita aperta che ha segnato l’esistenza del giovane Tommaso. Ed è proprio il narcisismo a renderlo pesante agli occhi delle sue amanti: “un pezzo di ghiaccio” come viene definito dalle donne che vorrebbe lasciare ma non ha il coraggio di fare. Alla continua ricerca di una perfezione inesistente: il bel Tommaso, con la sua aria da “poeta maledetto”, riesce a trovare perfino difetti nella bella Cristiana Capotondi. La sua attaccatura dei capelli troppo alta, la “ciccia” che traspare dal labbro: elementi capaci di destabilizzarlo tanto mandare in malora, nello spazio di ventiquattro ore, un anno d’amore nato per colpa della solitudine. E da regista il suo ego non ha freni: il narcisismo infuso dalla madre lo spinge a rigettare l’idea di essere protagonista di una commedia. Insomma, una perfetta caricatura dei “cineasti” casti e puri che preferiscono restare disoccupati a vita anziché “sporcarsi le mani”.

Tommaso è una commedia agro-dolce. E porta il protagonista a vivere nei panni delle donne deluse e amareggiate del suo comportamento: l’entrata in gioco di Camilla Diana, nel film nei panni di Sonia, riporta Tommaso a seguire il consueto copione. Un giro nella proprietà in campagna, una possibile passeggiata nel bosco e il gioco è fatto: la donna è presto tra le tue braccia. Non Sonia, ragazzetta sveglia ma sensuale, spigliata e sincera. Per nulla ingenua, a tratti cinica: ed è proprio questo l’elemento che trafigge il personaggio di Kim Rossi Stuart. La rottura del suo “consueto cliché” di conquista lo sconvolge tanto da mettere da parte il suo narcisismo. Ma neanche Sonia sarebbe potuta andar bene per il bel Tommaso: “Neanche tu sai quel che vuoi.”

In questo susseguirsi di vicende, a tratti grottesche, scorre sullo sfondo un tema spesso sottovalutato: la psicanalisi, spesso rifiutata dal genere maschile. Tommaso è l’emblema di cosa sia diventato oggigiorno l’uomo: una maschera. Il suo disagio relazionale messo a nudo da una scarsa autostima e dalla voglia, irrefrenabile, di avere continui rapporti carnali con donne che incontra per strada. Tutto è onirico: i lunghi sogni della notte lo fanno convivere con il tormentato passato. I vermi come allegoria universale di elementi “maledetti” che infettano il proprio io. Bravo Kim, il tuo viaggio introspettivo – a tratti autobiografico – merita attente riflessioni e ricorda come si può far sorridere senza l’obbligo di creare, ad hoc, macchiette e caricature. Siam pur sempre alla Mostra del Cinema di Venezia.

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