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Trainspotting e i suoi 20 anni precisi: “Hai vinto, Rents, la vita non l’abbiamo scelta in tanti”

E venne Trainspotting e con una sola parola, quella, potresti riassumere gli anni Novanta. Il romanzo di Welsh con il suo crudo realismo tossico creò un vero e proprio inno generazionale – anche e soprattutto per chi tossico non era – perché è qui che Trainspotting ha fatto bingo: restituendo il vuoto, la malinconia, il malessere endemico sperimentato da tantissimi adolescenti e giovani. Che magari non sono finiti con allucinazioni indotte da siringhe in vena, ma la follia di Begbie, il citazionismo schizoide di Sickboy, l’alessitimia strisciante di Rents le hanno fiutate come simili e per questo accolte e glorificate. Gli anni Novanta erano quel nichilismo necessario per compensare i fasti degli Ottanta, il tramonto del “tutto è possibile” a favore del “tutto mi risulta invivibile”.

I Radiohead di sottofondo, i maglioni oversize – che ne mettevi cinque al posto di un cappotto – le magliette a righe per omaggiare Cobain, eroe talentuoso e disturbato di quella stessa generazione che trovava senso, tanto, nelle parole di Rents che sono diventate un mantra per molti che non riuscivano proprio a trovare desiderabile il futuro riassunto nella cena la domenica sera davanti alla tv. Che già gli faceva tristezza allora che la dovevano subire: figurarsi cercarselo di proposito. Così ci erano parse lucide, condivisibili, salvifiche, quasi poetiche quelle parole di Renton “Scegliete la vita, scegliete un lavoro , scegliete una carriera , scegliete la famiglia, scegliete un maxi televisore del cazzo, scegliete lavatrice, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici, scegliete la buona salute, il colesterolo basso, la polizza vita scegliete un mutuo a interesse fisso, scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate ricopritelo con una stoffa del cazzo, sceglietevi il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina”. 

Oggi siamo intorno ai trenta e non sono pochi quelli che ancora non si sono sposati, che non si sono riprodotti ma, soprattutto, che hanno scelto un monolocale in affitto al posto di un mutuo in una villetta. No, non è un’impressione, negli anni Novanta un monolocale non lo trovavi nemmeno a piangere, tranne che a Milano: oggi ne trovi tantissimi. Perché il mercato lo fa la domanda…e la domanda la fa la generazione reduce di Trainspotting, quei tanti a cui è rimasta l’ansia delle cene familiari davanti alla tv la domenica sera.

 

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