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Troppo napoletano film, intervista esclusiva a Gianluca Ansanelli: ecco il perché del titolo

Troppo napoletano, il film prodotto da Alessandro Siani e diretto da Gianluca Ansanelli con Serena Rossi e Gigi e Ross, è uscito ieri, 7 Aprile 2016, in 150 sale cinematografiche. Per sapere come è stato ideato e realizzato, con un costo di soli 850 mila euro, UrbanPost ha intervistato il regista. Ecco cosa ci ha detto.

Perché “Troppo napoletano”?

Questo titolo è nato da una riflessione che abbiamo fatto insieme ad Alessandro Siani. All’inizio del nostro percorso artistico, qualche volta, c’è stata riferita questa frase e ci ha subito colpito. Napoli e l’essere napoletani dovrebbe essere una indicazione di tipo geografico e invece diventa una indicazione di tipo morale, in qualche modo. Ciò è curioso e non avviene con nessun’altra città. È difficile che qualcuno possa dire a qualcun altro che è troppo pescarese o troppo veneziano, mentre per tutti risulta comprensibile la frase troppo napoletano perché intende un certo modo di essere che fa di Napoli una città unica nel bene e nel male. Noi abbiamo preferito pensare al bene e quindi per noi essere troppo napoletani vuol dire avere una specifica visione del mondo da napoletani, una filosofia di vita da napoletani e quindi affrontare la vita con una ironia sorridente e una umanità generosa che sono tipiche del nostro popolo.

C’è qualcosa del popolo napoletano e di Napoli che avreste voluto raccontare e che, anche a causa di forze maggiori, non siete riusciti a mettere nel vostro film?

Raccontare Napoli è un progetto troppo ambizioso anche per noi. Il nostro intento è molto più umile. Raccontare Napoli è impossibile. Lo chiesero anche al maestro Fellini ed egli rispose: “ma da dove dovrei cominciare … non sarebbe possibile è una città troppo complessa”. Noi abbiamo raccontato una parte, una piccola parte, anzi, una storia ambientata a Napoli dove Napoli è una grande protagonista con i suoi quartieri e le varie differenze, ma sicuramente non è un racconto esaustivo. Napoli è qualcosa di molto più complicato.

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

La cosa più facile, ammesso che ce ne siano, perché il film è tutto difficile essendo un’opera molto complessa dove ogni minimo dettaglio fa la differenza. Le persone vanno al cinema e vedono un film pensano che al centro di tutto ci sia solo la battuta dell’attore e come la dice, invece dietro c’è di tutto. La scena la fanno le scenografie, i rumori, la luce. Ammesso che ci siano cose facili, la cosa facile è stata proprio agire in una città come Napoli dove hai una grande ricchezza sia visiva, sia umana perché anche il passante in qualche modo è un attore. Noi abbiamo girato delle scene in un mercato all’aperto dove appena giravi la macchina da presa vedevi qualcosa di bello. Dal passante, dallo scorcio al pezzo di cielo era tutto bello. La cosa difficile è stata fare un film piccolo, in grande velocità, avendo poco tempo e poche risorse. Abbiamo lavorato al meglio cercando di fare di questo una virtù facendo delle scelte produttive fantasiose per poter avere un bel film anche con un piccolo budget. Poi c’erano molti debutti in questo film. Gigi e Ross erano alla loro prima prova d’attori cinematografici, anche se guardando il film non si direbbe. Poi ci sono i debutti dei due bambini che hanno avuto piccole esperienze. Bambini di 10 anni. Gestire tutte queste persone alla prima esperienza non è stato facile, ma grazie a loro si ha la sensazione di vedere un film con attori a livello altissimo.

Un aneddoto divertente?

Anche questo è un po’ un mito … cioè che sul set ci facciamo grasse risate. In realtà sì, si ride, ma si lavora sodo. Per me si ride un po’ di meno perché il lavoro del regista è particolarmente intenso. Come attore hai lunghe pause sul set che portano in maniera fisiologica al cazzeggio, al divertimento e alla socializzazione con gli altri. Quando fai la regia, anche le pause, ad esempio la pausa pranzo, tu le utilizzi per fare altre cose. Tu fa un lavoro molto faticoso dove hai poco tempo per ridere. Avere bambini sul set però portava una freschezza ed una magia. Attraverso i loro occhi che si emozionavano per qualsiasi cosa portava tutti noi a provare quell’emozione. Io ho ritrovato delle emozioni che magari ho provato la prima volta che sono andato sul set. Il cinema è un po’ come smontare un giocattolo, la prima volta che lo smonti è una cosa di grande stupore, poi sai cosa ti aspetta e ti stupisci sempre meno. Avendo bambini sul set abbiamo ritrovato quella magia, quello stupore e il candore. I bambini sono stati la nostra grande ricchezza.

Regista e film preferito?

Domanda difficilissima. Più entri dentro alle materie e più ci sono sfaccettature e cose da considerare. Con molta fatica …. Sicuramente oggi penso a Alejandro González Iñárritu che ha fatto Birdman, l’ultimo film che mi ha veramente stupito moltissimo. Giusto per citare qualcosa degli ultimi anni. Avevo seguiti Inarritu anche negli altri film, ma su Birdman ha fatto un lavoro strepitoso uno di quei lavori che quando esci dal cinema dici ok, io devo cambiare mestiere perché una cosa così non la saprei mai fare. Io ho iniziato leggendo e vedendo tutto quello che ha fatto Woody Allen dai tempi in cui faceva il cabarettista, cosa che ho fatto  anche io, a quando ha fatto l’autore, che ho fatto anche io …. Quindi dire anche Woody Allen. Oggi, però, il cinema è qualcosa di molto più moderno e per questo cito Inarritu, perché ha una modernità assoluta che è doverosa. Il cinema deve andare avanti.

Progetti futuri?

Al momento sto scrivendo nuovi film che non farò io come regista. Il nuovo film di Maccio Capotonda e anche un nuovo film più piccolo che produrrà il Centro Sperimentale. C’è uno spettacolo teatrale che ha appena debuttato che si intitola “Tutti per uno, uno per Titty” con Maria Bolignano e Maurizio Aiello che adesso è in giro per i teatri della Campania e poi andrà a Napoli. Ovviamente penso anche ad un nuovo film da regista …

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